di Maurizio Vezzosi

Dunque si ha macchina del fango quando qualcuno viene accusato di cose che non ha commesso? Io direi che la tecnica all’italiana è assai più sottile; accusare qualcuno di avere abusato della nipote sedicenne per poi scoprire che non è vero, non serve gran che. Ma scrivere che qualcuno è stato visto al cinema con la nipote sedicenne è un’altra cosa, specie se ci è stato davvero; certamente non c’è niente di male a portare al cinema la nipote, ma l’evento può lasciare nella mente di molti la traccia di un sospetto. Perché proprio la nipote, perché proprio al cinema, e quale film stavano vedendo, forse una pellicola osé?” Umberto Eco, da “La macchina ?del fango”, L’Espresso, 30/10/2015

Alcuni giorni fa mi è stato segnalato un articolo pubblicato da East, a firma di un certo Danilo Elia. Sul calco di un articolo-inchiesta pubblicato in ucraino da Radio Free Europe il 4 Agosto scorso, Danilo Elia propone al lettore un viaggio ne “Gli intrecci con l’Italia della propaganda separatista del Donbass”. Le informazioni che l’articolo riporta e che Danilo Elia mette insieme sono quelle presenti nell’archivio di posta elettronica sottratto l’Agosto scorso ad una responsabile del Ministero dell’Informazione della DNR (acronimo di Repubblica Popolare di Donetsk) da alcuni hacker ucraini che lo hanno poi reso pubblico il 3 Agosto 2016: il giorno dopo Radio Free Europe ha cominciato a presentarne in pompa magna il contenuto.

Difficile peccare di superbia insinuando che anche senza l’abilità degli hacker ucraini, lo zelo dei tedeschi dello Zeit, e il deja-vu che la redazione di East ha pensato di pubblicare si avevano comunque a disposizione una serie di validi elementi per spiegare al lettore con meno comicità il coinvolgimento più o meno diretto della Russia nelle vicende del Donbass.

L’inchiesta, oltre a rivelare alcuni fatti – non esattamente sensazionali – racconta la grossolana schedatura utilizzata negli uffici del Ministero dell’informazione di Donetsk rispetto ai giornalisti accreditati o da accreditare, riassumendo con un colore- per lo più sulla base del passaparola e del materiale pubblicato rintracciabile – l’atteggiamento di ogni ognuno di questi nei confronti degli insorti contro il governo di Kiev: bianco, imprecisato o sconosciuto; rosso, nemico; verde, amico; giallo, incerto.

Nell’articolo di Danilo Elia a proposito dei giornalisti italiani viene dato un rilievo particolare al mio nome, che, come riporta nell’articolo-inchiesta, compare accompagnato dal colore verde nelle liste dei giornalisti che in un certo lasso di tempo si sono recati a Donetsk. Le argomentazioni di Danilo Elia vertono sul fatto che io abbia scritto “regolarmente” a Tatiana Yegorova, l’incaricata del Ministero dell’informazione di Donetsk, mancando di precisare che cosa io abbia scritto.

Chiunque abbia lavorato nel territorio dell’autoproclamata repubblica popolare di Donetsk ha incontrato Tatiana Yegorova – o se non lei una figura sovrapponibile – almeno una volta, come il sottoscritto, per farsi accreditare e poter quindi svolgere attività giornalistica nelle zone sotto il controllo degli insorti.

Nell’articolo-inchiesta che può vantare di aver firmato, Danilo Elia oltre a non aver fatto menzione del lavoro di Radio Free Europe (in russo: Radio Svoboda) – un esempio del “giornalismo libero” che piace agli Stati Uniti dai tempi del Muro – ha dimenticato di documentare il contenuto delle mie email – ben sei – che ho inviato nel tempo a Tatiana Yegorova: forse perché, se lo avesse fatto, non avrebbe avuto di che alludere, almeno per quel che mi riguarda.

Volendo risparmiare la fatica a Danilo Elia, riporto di seguito il contenuto delle sei mail, che ho recapitato a quell’indirizzo: in tutte le mail – ad eccezione di una – scrivendo in italiano, una lingua che non credo che Tatiana Yegorova conosca, ho inviato in Cc la segnalazione di alcuni degli articoli che ho firmato a Tatiana Yegorova come a centinaia di altri indirizzi che si trovano tra i miei contatti di posta elettronica: un fatto che centinaia di persone possono confermare.

Nell’unica email che ho inviato esclusivamente a Tatiana Yegorova, ho chiesto, in russo, alcune informazioni sul tema del carbone e delle miniere in Donbass, pubblicato peraltro nel primo numero di Limes del 2016 con il titolo “L’oro nero del Donbass”: una email a cui peraltro, mio malgrado, non ho mai ricevuto risposta.

Nell’immagine in cui ho riportato le mie email la data è quella del 24 Ottobre 2016, il giorno in cui le ho rintracciate nell’archivio hackerato. Il programma che ho utilizzato per rintracciarle non mi ha consentito di riportare nelle immagini la data e l’ora relative all’invio di ogni email. Ho scelto di non dare ulteriore diffusione all’archivio sottratto dagli hacker ucraini a Tatiana Yegorova per evitare di compromettere la riservatezza – e la sicurezza – delle persone a cui appartengono i dati contenuti nell’articolo.

Danilo Elia ricama sul fatto che nelle liste del Ministero dell’Informazione della DNR sono l’unico italiano che in quel periodo si è guadagnato il titolo di “buon giornalista”. Chiedendo ad alcuni amici chi mai fosse Danilo Elia mi sono stati segnalati diversi articoli: dei vari, due di questi pubblicati da Osservatorio Balcani Caucaso – consultabili qui e qui – sgombrano il campo dagli equivoci. Danilo Elia racconta in prima persona le vicende dei neonazisti di Pravy Sektor e del battaglione Azov, abilmente dipinti come coraggiosi patrioti. In Occidente la ribellione del Donbass ha visto negata quasi sempre ogni legittimità, anche la più minima: proprio quella legittimità che il buon senso – se non altro – dovrebbe negare ai neonazisti, ma che Danilo Elia preferisce concedergli, non diversamente dalla redazione de Il Manifesto, che evidentemente ha trovato il contributo di Danilo Elia sul Battaglione Azov così pregevole da ripubblicarlo.

La macchina del fango è appunto una macchina, e come tutte le macchine non è un esempio di creatività e fantasia: in effetti i tratti del discredito a cui Danilo Elia ha provato a dare forma ricalcano copioni già visti, anche ufficiali. Poco importano i contenuti. L’importante è mettere in moto la macchina del fango, nei confronti di chiunque rompa l’ipocrisia di un discorso che sostiene aggressioni militari e colpi di stato. E in effetti è difficile fare dei distinguo tra le mosse di Danilo Elia e le narrazioni dominanti sugli eventi ucraini: quelle narrazioni che sostengono l’aggressiva Ostpolitik occidentale – antirussa ad ogni costo – e quelle politiche scellerate che stanno facendo a pezzi il mondo.

Oltre a tentare maldestramente di screditare il mio lavoro, Danilo Elia non si fa il minimo a problema a celebrare come rivoluzionario quel Maidan che ha trascinato l’Ucraina in una guerra civile costata al suo popolo oltre diecimila morti ed una catastrofe sociale che sta dilaniando il paese: un paese in cui i neonazisti occupano ruoli di rilievo nelle rappresentanze istituzionali, negli apparati di sicurezza e nell’esercito e dove ogni opposizione politica viene schiacciata con pestaggi, torture, arresti illegali e omicidi politici.

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