Nell’ultima roccaforte nera dell’Irak – ad un passo dall’esser liberata – ci sono anche le yazide irachene. Nel trambusto delle operazioni militari di riconquista di Mosul si parla in modo generico di “civili” rimasti intrappolati in città ma, per le donne che appartengono alla minoranza curdofona, bisogna fare un discorso a parte. Diversamente dagli altri abitanti di Mosul, usati come scudi umani o giustiziati per aver tentato la fuga, come raccontano le feroci cronache delle ultime ore, le adoratrici del dio della luce, sarebbero oggetto di una nuova deportazione.

Già rastrellate a migliaia dai miliziani dello Stato islamico che, nell’estate del 2014, si abbattono come una calamità sui villaggi del Sinjar, nell’Irak nord-occidentale, le yazide vengono condotte in catene a Mosul dove il “Califfo dei musulmani” ha appena proclamato la nascita dello Stato islamico. E’ qui che, la scorsa estate, 19 yazide dissidenti – ree d’aver rifiutato di concedersi ai mujaeddin di Al-Baghdadi – vengono chiuse in delle gabbie di ferro e date alle fiamme davanti agli sguardi inorriditi del drappello di curiosi che, riunitosi in piazza, assiste alla tremenda punizione.

Il calvario di queste donne, condannate a soddisfare orde di tagliagole ed a riempire le casse dell’organizzazione, che della loro schiavitù ha fatto un business miliardario, è destinato a proseguire ben oltre la caduta della città simbolo dell’imperialismo jihadista. Secondo quanto riferisce la Cable News Network, infatti, sarebbe in atto una deportazione delle yazide. A denunciare il trasferimento forzato di decine di “schiave del sesso”, rende noto la Cnn, è l’Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo. Le yazide di Mosul sarebbero quindi state costrette ad unirsi alla fuga dei loro aguzzini che, con l’inizio delle operazioni di riconquista della città, stanno confluendo verso Raqqa, la capitale siriana del Califfato. La notizia sembra trovare conferma anche nella testimonianza di un abitante di Raqqa che, secondo quanto riporta Asia News, ha assistito all’arrivo in città di donne e bambini che comunicavano fra di loro con idiomi stranieri e dialetti arabi non riconducibili né all’iracheno né al siriano.

Dal 2014 circola sul web un listino dello Stato islamico – dichiarato autentico dalle Nazioni Unite – che indica il prezzo delle “schiave del sesso” in base all’età. Basta confrontare quel preziario con le offerte choc diffuse dall’organizzazione su Telegram, ma anche su WhatsApp e Facebook, per notare che il tariffario varia anche a seconda dell’acquirente e comprendere, quindi, perché i miliziani stanno evacuando le prigioniere. Mentre per chi appartiene all’organizzazione i prezzi sono contenuti, ed una giovane yazida –  di età compresa tra i 20 ed i 30 anni –  costa l’equivalente di 70 euro, la stessa donna, se viene venduta a uomini benestanti, o riscattata dai familiari, può arrivare a fruttare dieci volte di più.

È per questo che i baghdadisti in fuga verso Raqqa portano con sé le prigioniere, paragonate a “barili di petrolio” anche da Zainab Bangura, inviata speciale dell’Onu per i crimini sessuali nelle zone di guerra, allo scopo di mettere al sicuro un’importante fonte di guadagno.

Stando a quanto riportano alcuni media locali, lo spostamento dei jihadisti verso Raqqa – a bordo di quelli che i testimoni hanno descritto come dei “furgoni bianchi” – si starebbe svolgendo nella più totale sicurezza, nonostante il capillare pattugliamento dello spazio aereo effettuato da velivoli, droni e satelliti della Coalizione a guida Usa e della Turchia. La notizia ha provocato la reazione di Damasco che, nei giorni scorsi, ha parlato di complicità di alcuni degli attori attualmente impegnati nella riconquista di Mosul in questa vicenda.

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