di Bruno Scapini

La Siria è divenuta ormai l’ultima frontiera tra verità e menzogna, tra informazione e disinformazione. Ma sopratutto è divenuta, in una visione politica globale, l’ultimo fronte tra quella prospettiva di un mondo di pace, nata sull’onda del dissolvimento dell’ ex Unione Sovietica – fin a quel momento rappresentativa in Occidente del “male” – , e la paventata ripresa della Guerra Fredda con la Russia i cui prodromi purtroppo li ravvisiamo ogni giorno più prossimi nella realtà quotidiana. Siria, dunque, non solo tra speranza di pace e realtà di guerra, ma simbolo di un confronto–scontro tra Washington e Mosca che rischia di coinvolgere l’ Europa tutta per trascinarsi poi dietro – per via degli intrecci transcontinentali di intese militari ed economiche – l’intero pianeta.

E’ ormai chiaro come l’interesse americano, all’indomani della dissoluzione dell’ Urss, puntasse sull’isolamento della nuova Federazione Russa i cui possibili legami con l’ Europa sarebbero stati percepiti da Washington contrari ai propri interessi nazionali, e sopratutto anti-funzionali sul piano degli equilibri strategici internazionali. Come fare, dunque, a singolarizzare nuovamente il Cremlino per dipingerlo ancora come il “ male “ del XXI secolo? Destabilizzando tutte le aree in cui la nuova Russia avrebbe potuto esercitare, o continuare ad esercitare, la propria influenza. Europa compresa.

Già Putin ebbe a dire anni or sono che l’ Unione Europea non sarebbe stata una vera Unione senza la Russia. E c’è del vero in tale affermazione se valutiamo il reale orientamento storico degli interessi economico-commerciali dei Paesi europei, naturalmente votati a guardare all’Est continentale, in una dimensione che oggi chiameremmo euroasiatica, piuttosto che all’Ovest transatlantico separato dall’Europa da distanze oceaniche. Nè avrebbe proprio il sapore dell’utopia quel progetto vagheggiato da diversi osservatori politici – tra cui la stessa Accademia delle Scienze Russa – di mettere in diretta comunicazione, in un futuro non molto lontano, il Portogallo con Vladivostok, o con terre persino oltre quella latitudine, attraverso la realizzazione di corridoi intermodali euroasiatici.

Ma ammettiamolo pure. Una tale prospettiva esigerebbe trasparenza di vedute, onestà intellettuale e volontà politica di cooperare. Esigerebbe, in altre parole, un rinnovato atteggiamento mentale che, superando la vecchia abitudine di vedere il nemico nel nostro vicino, piuttosto vedrebbe in quest’ultimo un soggetto con cui collaborare e condividere le necessità economiche e gli interessi politici.

Perno della politica estera americana è stato invece il subdolo obiettivo di colpevolizzare la nuova Russia condannandola per presunte intenzionalità espansive alla stregua della vecchia URSS, e tacciandone le iniziative dirette a salvaguardare i rapporti privilegiati con i Paesi già appartenuti all’area sovietica, come tentativi di aggressione, per contrastarli con il ricorso ad azioni NATO di contenimento fatte passare per forme di protezione democratica. E il contesto in cui le opposte fazioni si sono trovate a confrontarsi si è così allargato improvvisamente a dismisura: dai Paesi

dell’ Est Europa a quelli Baltici, dal Mediterraneo al Caucaso, dalla Crimea ai Paesi arabi e alla Siria. Un gioco portato avanti da Washington in nome della democrazia. Parola “sacra” , questa, che garantisce il titolo autorizzativo per interventi che non badano a vittime né a distruzioni. Tutti i Paesi del Medio Oriente e dell’ Africa mediterranea ne sono rimasti sconvolti. E ciò nel fallace obiettivo di abbattere consolidate dittature, in fondo consone alla storica natura di quelle società, nella falsa convinzione di poterle sostituire con regimi o pseudo-regimi esemplati sui modelli di democrazia occidentale, ma in fondo incapaci di adattarsi a società storicamente e culturalmente diverse che, private dei riferimenti tradizionali, cadono facile preda di efferate guerre tribali alimentate dalla sete di potere di locali fazioni.

Washington abbatte regimi dittatoriali ove fa comodo, ma mantiene ed appoggia con sconsiderata disinvoltura quelli utili ai propri fini. Agisce in nome delle libertà economiche, ma subdolamente ne approfitta per insinuare – o imporre – intese internazionali ( v. il TTIP o gli accordi FATCA) a garanzia dei propri interessi. Washington, insomma, gioca la partita egemonica sullo scacchiere mondiale alla maniera sovietica – il parallelo non sembrerebbe del tutto improprio – utilizzando certamente strumenti diversi da quelli dell’ ex URSS ( partiti comunisti e debolezze sociali) per sostituirli con primavere rivoluzionarie a vari colori e agitando accortamente la bandiera delle libertà. L’obiettivo ? Destabilizzazione politica e disordine sociale. Due premesse ideali per una gestione delle situazioni sul filo della “ brinkmanship” per manipolare soggetti locali e Paesi alleati in vista di impedire l’insorgere di resistenze alle proprie priorità, e così spacciando per guerre europee le proprie guerre, per nemici acerrimi della democrazia dittatori non condiscendenti e la Russia per rinnovato nemico. Conseguenza diretta di tale politica è un generalizzato indebolimento delle varie aree a rischio ( Europa inclusa ) da cui solo Washington in fondo può trarre vantaggio.

In tutto questo quadro di disordine e di instabilità la Siria rappresenta probabilmente l’ultima frontiera ove si gioca la prospettiva di una pace prima di cadere nella spirale di una nuova “guerra fredda”.

Qui, visto l’impuntamento di Putin a non retrocedere rischiando di perdere il Paese amico, e, dunque , un’altra area di tradizionale influenza, l’incontro – scontro con gli USA si alza di tono e di intensità. La determinazione russa non lascia adito a dubbi: la lezione della guerra in Georgia del 2008 dovrebbe riaffiorare alla memoria di quanti in Occidente credano che sia possibile sottrarre alla Russia ulteriori sfere di influenza ricorrendo a giochetti politico-militari intesi a piazzare ogive e missili lungo i suoi confini giustificandone poi le manovre con improvvida dose di ipocrisia.

Ora le ultime mosse si giocano in Siria. Nell’imminenza delle prossime elezioni presidenziali americane l’interesse prioritario di Mosca sarà assicurarsi una posizione di forza prima dell’avvento – sempre più probabile – di Hillary Clinton, di cui è ben noto il sostegno ad una linea politica interventista all’estero e, sopratutto, l’attitudine a contrastare la Russia. Fautrice di crisi destabilizzanti in passato, la candidata presidenziale non di certo farebbe sperare in un mondo migliore, ma al contrario renderebbe reale il rischio che, prevalendo gli interessi dell’ “industrial-military complex” americano, l’obiettivo di una pacificazione nelle aree di crisi andrebbe ad allontanarsi sempre più in una pericolosissima deriva del dialogo di cooperazione. Nel frattempo

L’ Europa tace. Tace e china il capo al diktat di Washington, reso peraltro ben esplicito da Obama nel recente pranzo offerto alla Casa Bianca in onore dell’Italia con l’emblematico adagio dallo strano sapore di monito: “Patti chiari ed amicizia lunga“.

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