di Eugenio Cipolla

La vittoria di Trump non ha solo cambiato gli equilibri nei rapporti tra Usa e Ue, ma ha letteralmente stravolto quelli tra gli Stati Uniti e l’Ucraina di Petro Poroshenko. Tanto è vero che quella di giovedì, a Bruxelles, sarà una giornata cruciale che segnerà una svolta importante nei rapporti tra Ucraina e Unione Europea, con quest’ultima sempre più decisa e determinata a proteggere l’ex repubblica sovietica nel caso in cui Donald Trump decidesse di scendere a compromessi con Vladimir Putin. Il primo segnale lo si è avuto nel pomeriggio di mercoledì, quando a Strasburgo, alla vigilia del vertice Ue-Ucraina del 24 novembre, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui denuncia «la pressione della propaganda russa che cerca di distorcere la verità, di suscitare la paura, di instillare dubbie e di dividere l’Unione Europa». Il documento, approvato con 304 voti a favore, 179 contrari e 208 astenuti, afferma il Cremlino stia «finanziando partiti e altre organizzazioni all’interno dell’Ue […] Dopo l’annessione della Crimea e l’aggressione all’Ucraina orientale, molti Paesi sono pienamente consapevoli della disinformazione e della manipolazione da parte della Federazione russa».

Un segnale, forte, non solo a Vladimir Putin, ma anche di solidarietà e vicinanza a Petro Poroshenko, oramai sempre più nel pallone dopo la spiazzante elezioni di Trump. Al vertice Ue-Ucraina non a caso parteciperà lo stato maggiore dell’Unione Europea: Tusk, Juncker, Mogherini e addirittura Martin Schulz. La discussione con Poroshenko, arrivato in questo ore a Bruxelles, sarà incentrata sui temi della liberalizzazione dei visti, gli accordi di Minsk, l’agenda delle riforme dell’Ucraina e i finanziamenti che l’Ue dovrà accordare a Kiev. Su quest’ultimo punto, secondo un articolo scritto nei giorni scorsi dal Financial Times, Poroshenko sta facendo molta pressione, affinché l’Europa assicura all’Ucraina «la necessaria assistenza finanziaria».

L’obiettivo, dunque, è quello di mostrare al mondo che il partenariato tra Bruxelles e Kiev, nonostante la forte sfiducia a riguardo sia dei cittadini europei sia dei cittadini ucraini, è ancora molto solido e forte. Sulla liberalizzazione dei visti per i cittadini ucraini che intendono venire in Europa la situazione sembra muoversi, anche se la prudenza non è mai troppa. La scorsa settimana il Coreper dell’Ue (Comitato per i rappresentanti permanenti) ha dato il via libera alla proposta di liberalizzare i viaggi di durata non superiore ai 90 giorni per i cittadini ucraini verso l’Ue. Lo scoglio da superare si chiama Paesi Bassi, dove il referendum dello scorso aprile sull’accordo di associazione Ue-Ucraina, bocciato dai cittadini olandesi, ha influito sul percorso del free-visa regime. Juncker sta lavorando a pieno ritmo con Mark Rutte, premier olandese, perché liberalizzare i visti per gli ucraini significherebbe avvicinare ancora di più l’Ucraina all’Europa, togliendo definitivamente dall’orbita russa.

Il nodo centrale, comunque, rimane quello del sostegno finanziario. I leader Ue sono intenzionati a confermare il sostegno al programma di riforme (anche troppo ambizioso) del governo ucraino. Per circa un anno Kiev ha lavorato a un piano finanziato con i soldi dell’Unione Europea. Sicuramente sarà confermato un nuovo finanziamento da 120 milioni di euro per sostenere sia il programma anti-corruzione messo a punto da Poroshenko (su questo punto verranno destinati 15 milioni) sia la riforma della pubblica amministrazione (budget stimato 104 milioni di euro). Soldi che all’apparenza possono sembrare pochi, ma che se sommati al totale dell’assistenza macro-finanziaria fornita dall’Ue dal 2014 ad oggi, compongono la cifra di 3,41 miliardi di euro. Una somma non indifferente, con la quale l’Ue sta cercando di comprarsi il benestare delle autorità locali e la simpatia della popolazione ucraina. Se ci riuscirà è difficile dirlo, anche perché il malcontento nei confronti di Bruxelles cresce in maniera direttamente proporzionale al tempo che l’Ue sta impiegando per approvare la norma sulla liberalizzazione dei visti, considerata fondamentale in un paese dove si è abbandonato il porto sicuro chiamato Russia per compiere un salto nel buio. Intanto le politiche dell’Ue, che continuerà a sostenere le sanzioni e una politica di non riconoscimento della Crimea russa, segnano un nuovo punto di schizofrenia. Per i propri paesi membri in difficoltà, come la Grecia ad esempio, regole di bilancio ferree e nessuna deroga. Per i paesi extra-Ue finanziamenti a pioggia e pochi controlli.

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