Ennesimo massacro a Sana’a, vittime donne e bambini. L’Iran propone la tregua, ma Riyadh (e ora Washington) ha bisogno di mantenere alto il livello dello scontro

dalla redazione

Roma, 16 febbraio 2017, Nena News – Senza pace, lo Yemen è costretto a piangere l’ennesima strage di civili. Questa mattina all’alba nove donne e un bambino (ma il bilancio potrebbe salire) sono stati uccisi in un raid lanciato dalla coalizione sunnita a guida saudita alla periferia di Sana’a. Le bombe hanno centrato un funerale nel distretto di Arhab, 40 km a nord della capitale.

“La gente ha sentito il suono degli aerei e ha cominciato a scappare fuori di case ma le bombe l’hanno colpita direttamente. Il tetto è collassato, il sangue era ovunque”, il racconto di un residente alla Reuters. Subito sono scattati i soccorsi, a mani nude: la gente ha cercato di tirare fuori le vittime dalle macerie della case di proprietà di Mohammed al-Nakaya, capo tribale alleato del movimento Houthi che a nord ha la sua roccaforte.

Secondo funzionari Houthi si sarebbe trattato di un doppio attacco, odioso tipo di raid che colpisce i soccorritori dopo il primo bombardamento. Per ora Riyadh non si esprime, ma poco cambia: in passato, ogni volta che una strage di civili è stata commessa, la coalizione ha promesso l’apertura di un’inchiesta di cui non se ne conoscono mai i risultati. Della carneficina di ottobre, quando un altro funerale fu colpito uccidendo 155 persone, non è stato pubblicato alcun report.

Continua a salire inesorabile il conto dei morti dal marzo 2015 quando l’operazione “Tempesta decisiva” fu lanciata dalla coalizione di 10 paesi sunniti tra Africa e Golfo contro il movimento Houthi. L’Onu parla di 10 mila vittime, di cui 7.400 civili, ma fonti locali registrano bilanci più alti. Morti a cui si aggiungono 21 milioni di civili bisognosi di assistenza umanitaria immediata: le immagini che i media internazionali non pubblicano mostrano gli scheletri in cui gli yemeniti sono stati trasformati, privi di cibo a causa del blocco aereo imposto dai Saud e che impedisce i rifornimenti ad un paese che importa il 90% dei beni alimentari che consuma.

La comunità internazionale non commenta, mentre il nuovo presidente Usa Trump alza il livello dello scontro trasformando lo Yemen nel terreno della guerra – che non può lanciare – contro l’Iran. Lo fa con il dispiegamento del cacciatorpediniere Uss Cole nello stretto di Bab al-Mandeb per chiudere il cerchio dell’assedio sullo Yemen, lo fa lanciando i primi raid del suo mandato contro Aqap, al Qaeda nella Penisola Arabica, nel paese. Senza dar troppo conto a chi riporta di un rafforzamento della rete jihadista proprio grazie alle bombe Usa.

L’Iran ha sempre negato un coinvolgimento in Yemen, ma i sauditi ci credono poco. Ieri è intervenuto il presidente iraniano Rouhani che ha chiesto la tregua immediata come mezzo per dare respiro alla popolazione e per stemperare le tensioni con Riyadh. Un cessate il fuoco, ha detto durante le visite di Stato in Oman e Kuwait dei giorni scorsi, che permetta di aprire il dialogo politico: Teheran è consapevole che l’ulteriore radicalizzazione dell’asse sunnita promossa dalla nuova amministrazione Usa non aiuterà la stabilizzazione della regione, né tantomeno i piani dei riformatori iraniani che puntano alla fine dell’isolamento.

Dall’altra parte sta Riyadh, impantanata in un indebolimento economico dovuto al calo del prezzo del petrolio e sconfitta nella guerra siriana di cui ormai è mera spettatrice. Dello scontro con l’Iran ha bisogno per mantenere alto il sostegno statunitense e stringere sotto banco relazioni con gli altri attori anti-iraniani a partire da Israele. Lo Yemen è il suo incubatore di guerra.

Fonte: Nena News