Sono giorni difficili per la Bielorussia di Lukashenko. Dal 15 marzo scorso si susseguono per le strade di Minsk una serie di proteste, cui hanno preso parte diverse centinaia di persone, con la notizia di arresti e repressioni da parte della polizia antisommossa della capitale bielorussa.

I fatti sono stati scatenati da quella che è stata definita la “Legge anti-parassiti sociali”, un provvedimento legislativo che obbligava i non lavoratori a versare il doppio delle imposte solitamente corrisposte, per un ammontare complessivo di circa 404 nuovi rubli bielorussi (circa 200€), la nuova valuta lanciata la scorsa estate dal governo del Paese, per far fronte all’inflazione di straordinarie proporzioni che aveva colpito il Paese, con una precedente conversione sull’euro ad un valore 10mila volte maggiore. La tassa proposta equivaleva all’incirca allo stipendio mensile medio di un lavoratore, da corrispondersi allo stato qualora ci si trovasse volontariamente inoccupati. La protesta si è poi diffusa a macchia d’olio sotto gli slogan della protesta contro il Presidente della Repubblica Aleksander Lukashenko, alla guida della Bielorussia dal 1994, giunto al suo 23esimo anno di presidenza.

Le prime proteste sono iniziate circa 12 giorni fa, il 15 marzo, la Festa della Costituzione del 1994, e sono proseguite a singhiozzo fino a sabato 25, giorno del 99esimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare di Bielorussia, il cosiddetto “Den Voly” (Giorno della Liberazione). La manifestazione è stata organizzata dall’Organizzazione per la salvaguardia dei diritti umani “Viasna” (Primavera), direttamente supportata da Amnesty International e altre ONG russe ed ucraine specializzate nel settore, tutte facenti riferimento ad una opposizione a Putin e Lukashenko. Viasna ha radunato a Minsk circa duemila persone, mentre la polizia in tenuta antisommossa si è schierata per impedire che le fila della manifestazione potessero ingrossarsi. Tuttavia, secondo quanto apparso su TASS nella giornata di domenica, ricostruendo i fatti occorsi in Bielorussia, è venuto fuori che la manifestazione del 25 era stata vietata dalle autorità bielorusse per motivi di ordine pubblico e per una mancata accettazione del tragitto che si sarebbe pianificato di percorrere nel centro città.

La protesta non è rimasta circoscritta alla capitale Minsk, ma alcune centinaia di persone si sono radunate in alcuni centri del piccolo stato est-europeo, quali Brest, Grodno e Vitebsk, toccando un livello di capillarità rilevante. L’Unione Europea ha condannato gli atti di repressione operati dalle autorità bielorusse, richiedendo l’immediato rilascio dei leader della protesta arrestati. Radio Liberty ha reso noto anche l’accaduto di Mikalay Statkevich, attivista politico e oppositore di Lukashenko contro il quale era stato candidato alla presidenza. L’emittente filo-occidentale ha parlato della temporanea scomparsa di Statkevich, di cui la moglie non ha avuto notizie dal 23 di marzo.

Il timore che si possa trattare però di manifestazioni appositamente strutturaste per infiltrare le “quinte colonne” dei nemici del regime non è sfuggito alla stampa indipendente russa. Gazeta.ru riporta infatti delle dichiarazioni rilasciate durante la scorsa settimana dallo stesso Lukashenko, il quale sostiene apertamente della presenza di queste “quinte colonne” che vanno ad aizzare le folle manifestanti, andando ad aggravare ulteriormente la situazione nel Paese. Secondo quanto dichiarato da Lukashenko all’organizzazione russo-bielorussa “Zapad – 2017”, vi sarebbero detenuti in carcere dozzine di militanti addestrati in appositi campi di addestramento allestiti in Bielorussia, Ucraina e da qualche parte in Polonia o Lituania, finanziati con fondi occidentali e supportati dalle intelligence straniere.

Secondo il report in questione tali militanti avrebbero tra i 25 ed i 43 anni, e sono addestrati per lo scontro con armi bianche o da fuoco sui quali i servizi di sicurezza del Paese hanno aperto un’indagine per far luce su chi stia provvedendo all’organizzazione delle proteste e degli scontri. Lukashenko sa di essere in pericolo e sostiene di dover convivere con la minaccia. Lo spettro, tuttavia, è quello di una Maidan Bielorussa, questa volta in Piazza Ottobre, non più indipendenza. Alcuni osservatori collegano direttamente gli accadimenti delle due “piazze”, anche in vista del nefasto esito di Kiev per il presidente Yanukovich. Le autorità bielorusse, infatti, preoccupate di un eventuale dietrofront dell’Europa sulla strada del dialogo con Minsk, hanno bloccato l’iter legislativo del decreto anti-parassiti, rimandando una sua revisione all’inizio del prossimo anno, di fatto discutendo l’autorità dello stesso Lukashenko.

Rischio Maidan in Bielorussia

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