La Catalogna e gli altri: la crisi dello Stato nazione

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Quello della Catalogna non è l’unico caso di indipendentismo presente sulla mappa dell’Europa contemporanea. Le cause secessioniste si estendono ben oltre la comunità autonoma spagnola. Nella stessa penisola iberica, gli indipendentismi non costituiscono di certo una notizia delle ultime due settimane. Le particolarità del caso catalano risiedono nella mediaticità e nel peso economico portati in dote dalla vicenda. Il famoso”Pil turistico” di Barcellona, insomma. Ma la Spagna è anche la terra dei Baschi, dell’Eta, delle rivendicazioni della Castilla, della Andalusia, della Galizia, di Leòn, di Valencia, di Murcia, della Riojae delle Asturie.  Città, principati e regioni autonome, unite solo nel nome dell’autonomia dal governo centrale. Quando prima di una gara contro il Real Sociedad, il portiere dell’Athletic Club, Iribar, e il capitano della squadra avversaria, Kortabbaria, esposero nel mezzo del campo una  Ikurriña, cioè  una bandiera dei Paesi Baschi, era il 1976. Quella fu la prima esposizione pubblica in Spagna di una bandiera indipendentista dopo la morte di Francisco Franco. Il lehendakari Inigo Urkullu, basco, ha chiesto al governo spagnolo l’istituzione di un referendum concordato, tanto per la Catalogna quanto per Paesi Baschi, al fine di consentire ai cittadini di quelle zone di scegliere, in punta di diritto, se entrare a far parte di una nuova nazione o no. Questo, però, è successo solo lo scorso 2 ottobre.

Nell’attualità della geopolitica, quindi, l’indipendentismo non è una questione secondaria. Si pensi al caso scozzese, per il quale, dopo la sconfitta referendaria del 2014, lo Scottish National Party è tornato alla carica per via dell’esito della Brexit. Quando i parametri dell’uscita dei britannici dall’Ue saranno chiari al mondo, la Scozia, secondo il disegno di Nicola Sturgeon, potrà tornare a lottare per l’indipendenza. E poi ci sono le Fiandretredici microstati nel Regno Unito, quattro regioni della Germania, sei microstati francesi. A queste rivendicazioni indipendentiste, vanno aggiunte quelle italiane, tra nuove e storiche, quindi Sardegna, Sicilia, Padania, Sud Tirol e così via. Reddit ha pubblicato questa mappa, utile per chiarire come sarebbe l’Europa nel caso si verificassero tutte le “balcanizzazioni”, cioè le scomposizioni in tanti stati delle realtà nazionali oggi unificate. E un sentimento del genere è rintracciabile anche nella vicinanza espressa alla Catalogna in queste ore da alcuni leader politici indipendentisti d’Europa. Quella catalana rischia di essere la battaglia spartiacque per l’idea di nazione esaminata da Chabod, il displuvio tra lo stato-nazione per come lo abbiamo conosciuto e il trionfo dei regionalismi localistici. Fabrizio De Andrè, in un’intervista a Senzapatria, ha dichiarato: “Quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni”. Una dichiarazione che sottoscriverebbe qualunque catalano favorevole al referendum del primo ottobre e che rappresenta, meglio di altre, quel mix di anarchia e libertarismo alla base di tutte le ideologie secessioniste.

La mancata gestione della globalizzazione ha dato il la alla crisi strutturale dello stato centrale. Il grande mercato mondiale, specie nel ramo della finanza speculativa, ha determinato, com’è ormai noto, un deficit di sovranità legislativa dei governi e dei parlamenti nazionali. Lo stimolo alla risoluzione del problema aggravatosi con la crisi economica portava a due distinte e alternative vie d’uscita: la riscossa dello stato-nazione o la progressiva perdita di sovranità, cui uno degli effetti sarebbe potuto essere, non a caso, il ritorno dei localismi. La patria, scrive simbolicamente Martìn Caparròs su un articolo pubblicato dal NYT, è un “vecchio trucco”.  La spinta verso le grandi città metropolitane che l’economia contemporanea porta naturalmente con sè, costringe le realtà locali a ripensarsi, a rivedere gli indirizzi della propria economia, alla creazione di un brand locale in grado di competere con il resto del mondo. Se il mito dello stato crolla, sorge la riorganizzazione dei reduci rimasti ancorati alle identità locali in contrapposizione a quelle “identità multiple” sconfinanti le frontiere, quelle teorizzate dal premio Nobel Amartya Sen. E così, i limiti dei sistemi produttivi geolocalizzati in piccole aree si scontrano con la volontà di potenza estensiva della grande industria finanziaria. La balcanizzazione, per ora, è solo uno spettro invisibile, un fantasma che rischia di manifestarsi con la continuazione di questo trend. E Barcellona? Il caso della Catalogna è una storia emblematica. Secondo buona parte dei calcoli, il distacco della regione catalana dal resto della Spagna produrrebbe l’incremento del debito pubblico statale e la diminuzione del Pil iberico, mentre Barcellona si ridurrebbe ad essere un piccolo stato, meramente interessato alle dinamiche dell’economia turistica e difeso nelle dinamiche sovranazionali dalle istituzioni dell’Ue. Ecco spiegato perché, alcuni teorici della società aperta a tutti i costi, quindi priva da qualunque limitazione posta dagli stati, sembrano spingere in questa direzione. E se la Catalogna fosse un tensore per scardinare quanto resta in piedi del concetto di nazione?

L’articolo La Catalogna e gli altri:
la crisi dello Stato nazione
 proviene da Gli occhi della guerra.