L’analisi sulla Erasmus Generation di Paolo Borgognone.

Paolo Borgognone, giovane ma profondo analista dei fenomeni socioculturali contemporanei ha analizzato nel suo Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo la nuova generazione succube degli slogan della globalizzazione occidentale anche in riferimento a Paesi extraeuropei, compreso l’Iran.

Nei giorni scorsi abbiano visto in Iran scendere in piazza, a protestare contro il sistema di governo e potere post-rivoluzionario minoranze di vario tipo. Vogliamo mettere a fuoco la situazione con Borgognone scoprendo i nessi logici con ciò che sta accadendo anche in Europa, sia ad Ovest che a Est.

A Teheran siamo di fronte a un flebile tentativo di “rivoluzione” da parte di minoranze particolarmente attive nel contesto metropolitano?

A Teheran, in particolare, la capitale definita “moderna” dell’Iran islamico, i quadri ideologici della protesta sono costituiti da giovani studenti nichilisti. Non mi importa, personalmente, se sono o meno pagati dalle Fondazioni americane per l’esportazione della “società aperta” all’estero. Per non simpatizzare con la loro causa mi è sufficiente costatare il fatto che gli studenti liberal iraniani siano nichilisti. E loro stessi affermano, con ostentato orgoglio, questa condizione ideologica degradante.

Puoi fare un esempio?

Una delle rivoltose, tale Delaram, 20 anni, studentessa liberale al Politecnico di Teheran ha dichiarato al Corriere della Sera circa le ragioni che hanno innescato i riots dei giorni scorsi: «Non lo so e non mi interessa. Nel 2009, la gente aveva delle richieste specifiche, avevano un leader. Adesso consideriamo tutto problematico. Odio questo sistema e lo voglio cambiare». Gli studenti liberal iraniani, dunque, sono interpreti della “rivoluzione del disinteresse e del disimpegno”, dell’apatia.

Devono però pur avere un modello di riferimento.

Il loro modello politico di riferimento è la società aperta, cioè il regime del vuoto esistenziale e del conformismo liberale. La società “aperta” al mercato dei desideri destabilizzanti e debilitanti. I giovani Erasmus Generation, cioè i giovani adepti della filosofia del disincanto e della compiuta irresponsabilità sono, a prescindere dalla loro nazionalità (il liberalismo è infatti, per vocazione, cosmopolita), dei rassegnati ritiratisi, spontaneamente, nel recinto dei “balocchi frustranti” del narcisismo: la società aperta popperiana e, ora, sorosiana.

E come questo paradigma si declina in una società islamica sia pur complessa come l’Iran?

I giovani iraniani Erasmus Generation sono moltitudini spaesate, desiderose di “libero mercato” economico e “diritti civili” e il loro velleitarismo anarcoide (la “rivoluzione del disinteresse”) costituisce il brodo di coltura ideale in cui germoglieranno e prolificheranno, ben presto, le strategie d’azione, molto concrete, di quegli “investitori internazionali” che, diversamente dalle studentesse sedicenti glamour di Teheran, sapendo perfettamente cosa gli interessa (il petrolio iraniano) e come ottenerlo (regime change in Iran), intendono affondare i propri artigli sull’antica Persia innescando giganteschi processi di impoverimento e de-emancipazione.

I giovani contestatori non si troveranno spiazzati da questo scenario imprevisto scenario di destabilizzazione?

È più probabile che quando si verificherà i giovani “agitatori” di oggi piagnucoleranno, lamentosi, dinnanzi alle telecamere occidentali, che la “rivoluzione” che avevano in mente era “diversa”, ovvero “egualitaria” e “democratica” e che anonimi e impersonali “poteri forti” gliel’hanno “rubata”.

Parafrasando potremmo dire “è l’Occidente, bellezza!” In fondo nel “movimento” non serpeggia una simpatia occidentalista di fondo?

Una parte del movimento protestatario iraniano è infatti culturalmente filoccidentale poiché inalbera slogan del tipo: “No alla Siria, no al Libano, no a Gaza, la nostra vita è per l’Iran!” e “Morte alla Russia! Morte alla Cina!”. È chiaro che slogan come questi sono musica per il circo mediatico occidentale di complemento alle élite neocon che organizzano la strategia atlantista delle “rivoluzioni colorate”. Il circo mediatico liberal, infatti, definisce “massimalisti” e “black block” coloro i quali, nei Paesi occidentali, si battono contro le guerre americane, israeliane e Nato e nello stesso tempo elogiano con epiteti quali “giovani democratici” e “la parte migliore del Paese” chi, tra gli studenti glamour di Teheran, chiede la fine del sostegno iraniano alla resistenza libanese, palestinese e siriana.

In questo scenario di destabilizzazione come si colloca il presidente americano Trump?

L’Iran è l’obiettivo privilegiato dell’amministrazione Trump che, lo sappiamo bene, lo scorso anno ha ricevuto 480 miliardi di dollari dall’Arabia Saudita in cambio di commesse militari fornite dagli Usa a Riyadh per combattere l’Iran ed Hezbollah. È chiaro che chi ha investito quella somma enorme in chiave anti-iraniana voglia, ora, incassare i dividendi.

Poche ore prima del fuoco di paglia iraniano il laboratorio privilegiato dei nuovi scenari sembrava essere la Catalogna. In Catalogna si sta tentando di creare un nuovo Stato sul modello culturale dell’Erasmus Generation. Pensi che possa nascere questo Stato?

Non lo so. Quello che vedo è che in Catalogna siamo alle prese con un conflitto politico tutto interno alla galassia liberal che, di fatto, non mi appassiona poiché vede contrapporsi unionisti e secessionisti intenti a rivendicare, per legittimarsi a vicenda, la propria adesione ai principi della società aperta. Può sembrare paradossale, e invece non lo è affatto, ma in Catalogna la leader del principale partito unionista (Ciudadanos, in realtà liberale e filo-Ue), tale Inés Arrimadas, è lo stereotipo politico-antropologico per antonomasia della Erasmus Generation. Il padre di Inés Arrimadas era il governatore civile franchista delle province di Cuenca e Albacete. In questa singolare vicenda familiare c’è l’essenza della metamorfosi liberal della destra spagnola… Inés Arrimadas è una dirigente d’azienda privata, una manager transnazionale, che ha cominciato la sua esperienza politico-professionale proprio con il Programma Erasmus, a Nizza, in Francia.

Proteste in piaza a Barcelona

-Una erasmiana di seconda generazione.

È ovvio che in Erasmus, nel mentre si viene istruiti, laddove si provenga da “buona famiglia” come si suol dire, a diventare manager internazionali (beneficiari di cospicua retribuzione) ai tempi del dominio dispotico dell’economia globalizzata, ci si sottoponga anche, tra una bevuta alcolica in discoteca e un party notturno in spiaggia, a un rito di iniziazione e di fedeltà, una catechesi, agli anti-valori del cosmopolitismo e del politically correct. Spiace costatare che, in Spagna, al culmine della vicenda catalana, la bandiera dell’unionismo sia stata impugnata da partiti, come Ciudadanos, che non sono unionisti ma liberali e dunque fedeli alle logiche di sradicamento proprie della società aperta piuttosto che alla tradizione della Spagna imperiale e originaria. Ciudadanos è un partito postmoderno che si è consolidato dopo la lunga stagione di disimpegno della Movida degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso.

Come gli studenti iraniani, i giovani dell’Erasmus Generation sono il soggetto di cambiamenti storici o figure passive teleguidate?

I giovani Erasmus Generation sono il prodotto politico-antropologico della rivoluzione passiva neoliberale degli ultimi trent’anni circa ma le radici storiche di questo agglomerato umano affondano nella cultura di massa mainstream, americana, veicolata dal Sessantotto. Non dimentichiamoci che gli ideali di “liberazione” cui si ispiravano i sessantottini erano di matrice prettamente americana, radical.

Ma il ’68 non era nato per contestare…?

Il Sessantotto nacque, come movimento contestatario antiborghese ma ultracapitalistico proprio nei campus universitari americani della California (Berkeley), notoriamente i più liberal e “creativi”. Tornando all’oggi, va detto che il conformismo esistenziale dei teenager americanocentrici e nichilisti di nuovo conio è disarmante. Costoro, nella fascia “alta” (cioè gli “istruiti”, quelli che abitano nei quartieri bene delle città metropolitane più importanti del mondo occidentale e liberal), hanno recepito e accettato, senza colpo ferire, l’assunto secondo cui libertà e democrazia coincidano con il liberalismo economico-culturale e politico quando, in realtà, è vero l’opposto.

Perché?

Perché libertà non significa, come vorrebbero l’élite intellettuali e i ceti manageriali di centrosinistra/centrodestra che ci “governano”, adattamento al liberalismo degli stili di vita collettivi e ripudio delle appartenenze pregresse. Libertà significa innanzitutto sovranità popolare. Democrazia significa potere popolare (non governo indiretto o diretto dei banchieri come invece va di moda sostenere oggi). Le fasce “basse”, cioè culturalmente più dozzinali invece, della Generazione Erasmus, non si pongono neppure i problemi di cui sopra e rivendicano, unicamente, il “diritto” di “divertirsi liberamente” (cioè, come la pubblicità induce a fare) senza doversi preoccupare di tutto ciò che non rientri, specificamente, nel novero della dimensione irreale cosiddetta “bolla degli espatriati”.

Un “facciamo casino” abbastanza sterile in basso?

La Generazione Erasmus è comunque riuscita, e questo duole particolarmente ricordarlo, a imporre una propria morale, centrata sui dogmi identitari postmoderni del disinteresse e della stupidità sulle rovine della morale tradizionale, in Occidente spazzata via dalla società dei consumi e considerata, dai più, un retaggio premoderno, obsoleto e dunque “roba per vecchi”. Invece, a mio parere, i “vecchi” e i reazionari del tempo presente sono proprio i nuovi moralisti della Generazione Erasmus, chierichetti del Politicamente Corretto. I teenager della Generazione Erasmus sono la claque di cui gli strateghi, miliardari, della società del capitale necessitano per conferire una patina di “democraticità” ai loro piani centrati sull’omologazione al ribasso mediante precise strategie aziendali di sfruttamento, precarizzazione e delocalizzazione permanenti.

Nell’Est Europa e in Russia si sta sviluppando qualcosa di simile agli Erasmiani?

Sì, certamente, una “giovane classe media” privata e occidentalizzata esiste anche nei Paesi dell’Est Europa e in Russia ed è proprio su questi attori sociali conformisti che la Ue punta per inscenare i processi di “rivoluzione colorata” volti a porre fine ai governi sovranisti di Viktor Orbán a Budapest e Vladimir Putin a Mosca. Per suscitare tentativi di “rivoluzione colorata” a Budapest e a Mosca, le fondazioni private euro-atlantiche per l’esportazione della società aperta all’estero hanno investito milioni di dollari, forgiando ad hoc gli armigeri e giannizzeri della destabilizzazione neoliberale proprio tra le fila della “giovane borghesia cosmopolita” autoctona, cioè il ceto per antonomasia più sensibile al fascino seduttore, tutto mediatico, della società dei consumi e dello spettacolo.

Però è difficile sovvertire presidenti come Putin che da anni godono di una vasto e comprovato consenso popolare…

Che Orbán e Putin godano, in patria, di un consenso popolare molto elevato e che siano, al contrario di Juncker e compari, stati eletti a seguito di un ineccepibile processo democratico, ai banchieri d’affari internazionali importa davvero nulla. Gli hedge funds vogliono che l’Ungheria e la Russia siano governate da comitati d’affari della borghesia cosmopolita loro fiduciari. Il processo democratico è accettabile per gli hedge funds soltanto nel momento in cui premia i candidati che si impegnano a tutelare gli interessi dei “mercati finanziari internazionali”. Chi considera “democrazia” e “capitalismo” sinonimi ha trovato nei ragazzi della Generazione Erasmus i propri gracili battaglioni.

In Italia come valuti minoranze molto colorate come quelle del Comitato Ventotene o dei Pischelli In Cammino che fiancheggiano il PD?

Credo che siano gruppetti rientranti a pieno titolo, col ruolo di macchiette folkloristiche ma innocue. Questi gruppetti (reclutati perlopiù tra i “giovani bene” figli della neoborghesia privata, inserita e danarosa di Roma e Milano) non hanno alcun peso specifico o capacità di autonomia critica, sono posti in un determinato spazio politico e mediatico per fornire una legittimazione giovanilistica e cool a un regime, quello post-renziano, talmente decrepito da reggersi sui voti, determinanti per il PD, delle masse di pensionati tesserati. Io credo che questi prodotti politico-antropologici del pericolante regime globalista del PD siano piuttosto rumorosi su Facebook e Instagram ma del tutto innocui nel computo della dinamica politica reale.

Certo non “moriranno per Renzi”… Ma si sta sviluppando nella fascia generazionale dei ventenni e dei millennials un modello alternativo a quello dei giovani Erasmus?

Sì, e ciò, personalmente, mi conforta. L’11 novembre 2017, a Varsavia, 60.000 manifestanti provenienti da tutta Europa, anche se in maggioranza si trattava di polacchi, marciarono per commemorare il Giorno dell’Indipendenza Nazionale in un raduno di massa che, in prospettiva, può essere interpretato come l’avanguardia ideologica di un possibile movimento patriottico, su scala europea, per la sovranità e la deglobalizzazione.

-Pero questi “marciatori” hanno il limite in quell’atlantismo russofobico che non aiuta a progettare uno scenario alternativo all’egemonia occidentale.

In verità la “marcia dei 60.000” di Varsavia fu organizzata da un partito polacco, la Falange Nazional-Radicale, che ha forse capito che lo sciovinismo etnocratico e la russofobia non portano le nazioni da alcuna parte, se non tra le fauci del globalismo e del liberalismo culturale (società aperta, droga libera, precarietà occupazionale, guerre Nato, dominio di aziende multinazionali private americane, migrazioni di massa, gay-friendly, ecc.).

Polonia Marcia per l’indipendenza contro l’islamizzazione

-Ritieni che allora possano anche superare i limiti intrinseci dei partitini della destra atlantista?

Nel momento in cui, in Europa, i movimenti patriottici e nazionali, rinunciando a dichiararsi tout court di destra ma abbracciando la causa del sovranismo e del socialismo identitario, cominciano a capire che l’alleanza naturale per chi intende contrastare le logiche sradicanti e omologanti imposte dalla globalizzazione liberale e dal regime bancocratico della Ue è quella con la Russia, allora ecco che la narrativa egemonica delle celebrities della società di mercato entra in crisi terminale. L’11 novembre 2017, A Varsavia, i patrioti nazionali di un’Europa sovrana e tradizionale, imperiale e antimoderna, e dunque comunitaria e solidale, hanno marciato sotto gli slogan “Europa bianca di nazioni fraterne” e “Noi vogliamo Dio”. Si tratta di spunti di riflessione fondamentali. “Europa bianca di nazioni fraterne” significa “no all’ideologia dei flussi migratori” che costituiscono l’esercito di riserva del capitale transnazionale e transgender ma, soprattutto, no ai particolarismi etnocratici (il nazionalismo borghese di ottocentesca memoria), settari e tra loro conflittuali, che fanno il gioco dell’imperialismo americano (fondato sulla logica divide et impera). “Noi vogliamo Dio” significa rifiuto sostanziale del capitalismo liberale e della società di mercato in nome non del materialismo di sinistra, totalmente inservibile e anzi controproducente in una fase di lotta contro una dinamica globalista che è a sua volta inconfutabilmente e rozzamente materialista, ma della Tradizione e dello scrupoloso rispetto delle differenze etniche e religiose dei popoli d’Europa.

Avranno la capacità di capovolgere lo scenario oggi dominante in Europa?

La Generazione Erasmus, cioè i sostenitori della società aperta, può essere sconfitta, e piuttosto facilmente. Dal punto di vista politico e culturale. Si tratta, infatti, perlopiù di giovani snowflakes (delicati “fiocchi di neve”), ovvero attori sociali fragilissimi dal punto di vista psicologico e politicamente inoffensivi nel momento in cui si trovano, come avversari, forze organizzate e ideologicamente incisive. È interessante riportare, a riguardo, la testimonianza di uno studente Erasmus all’Università di Varsavia che, l’11 novembre 2017, di fronte alla “marcia dei 60.000” patrioti polacchi che sfilavano intonando slogan apertamente ostili alla società aperta, ha preferito, consigliato dai suoi professori liberali, «rimanere in casa» perché, in strada, quel giorno, gli anti-valori individualisti e neoborghesi e il way of life degli «studenti internazionali» promotori del cosmopolitismo di mercato e dell’ideologia del migrante erano stati messi in minoranza e ridotti alla marginalità.

Non hanno propriamente l’animus dei resistenti!

Allorquando vedono insidiato il loro presunto primato ideologico, i giovani Erasmus Generation, confermando la propria natura e vocazione di snowflakes psicologizzati e medicalizzati, non combattono, non si confrontano con avversari di cui temono le parole d’ordine e l’energia ideologica, ma si ritirano tra le braccia dei loro professori liberal. La Generazione Erasmus ha bisogno, per sopravvivere, del bancomat dei genitori borghesi e della copertura politico-mediatica assicuratagli dalla Ue. I teenager di nuovo conio non sono autosufficienti, sono precari onnicomprensivi ed essendo il prodotto del nichilismo postmoderno e del pensiero debole verranno, inevitabilmente, travolti e sopraffatti dalle loro stesse fragilità.

Intervista di Alfonso Piscitelli

Fonte: Eurus