Come la Russia sarebbe stata (e sarebbe) in condizione di manipolare le elezioni, anzi la vita politica interna, di tutti i paesti occidentali?

Tutta la storia del Russiagate, ormai in corso da più di un anno — grande fiume informativo (disinformativo) che si riversa nelle menti di miliardi d’individui — si fonda su un assunto non solo indimostrabile, ma palesemente falso fin dalla sua apparizione: quello secondo cui la Russia sarebbe stata (e sarebbe) in condizione di manipolare le elezioni, anzi la vita politica interna, di tutti i paesi occidentali. Come? Usando i social network inventati e moltiplicati dalle grandi imprese della Information-communication technology statunitense. Ma anche gestendo la Rete nel suo complesso. I server stanno là, sotto il controllo occidentale. Là stanno le nostre caselle di posta eletronica. Là stanno i sistemi di analisi di tutte le transazioni finanziarie mondiali. Là stanno gl’interruttori che possono accendere o spegnere ogni flusso comunicativo di qualche importanza. Là stanno i giganteschi containers virtuali (e materiali) dei metadata. Cioè dei dati statistici che giganti come Google, Facebook, Youtube, Twitter accumulano utilizzando l’attività dei frequentatori dei loro “servizi”.

Che il nuovo cervello mondiale sia tutto nelle mani di Washington lo sanno tutti, anche le pietre dell’Himalaya. Ma questo fingono di ignorarlo proprio i media dell’Occidente. Dove sta, dunque, come potrebbe manifestarsi (senza essere rilevato istantaneamente) il presunto, potente centro di diffusione della “sovversione-diversione” russa? Da più d’un anno non solo Vladimir Putin, ma le teste che ancora pensano in Occidente, chiedono a Washington le prove delle accuse del Russiagate. Che non arrivano. Quello che arriva, trapela, sono pallide allusioni, cifre risibili di messaggi virali che partirebbero da chissà quali centri di irradiamento situati “in Russia”, robot elettronici impegnati a bombardare di fake news i pubblici ignari dell’Occidente.

Il che fa ricordare la favola, vecchia di 2000 anni, di Fedro: quella del lupo e dell’agnello. Lupus et agnus ad rivum venerant siti compulsi. Il lupo e l’agnello erano arrivati al ruscello, spinti dalla sete. Il lupo si lamenta perché l’agnello gli intorbidisce l’acqua. L’agnello risponde che ciò non è possibile dal momento che il lupo si trova più in alto e che l’acqua scende in basso, da quel punto verso il luogo dove l’agnello si trova.

A quel punto il lupo lo investe di improperi: “mesi fa — accusa — tu mi hai calunniato”. L’agnello replica che ciò non è possibile. “Ho solo un mese di vita”, dice timidamente. Il lupo allora conclude la disputa: “È stato tuo padre a sparlare di me”. E si mangia l’agnello.

Ecco, Fedro ci invita, in sostanza a esaminare quanti denti ha il lupo e quanti ne ha l’agnello. Il Russiagate è svelato da questo calcolo. La quantità dei denti del lupo l’ha rivelata recentemente il proprietario di Facebook, Mark Zuckerberg, annunciando al mondo intero che il suo micidiale strumento di manipolazione ha deciso di “ridurre” il peso dei “contenuti politici”, a vantaggio dei “contenuti personali”degli utilizzatori. Frase che ha un evidente e sinistro sapore censorio da “Grande Fratello”. Come se Zuckerberg sapesse quali sono i “desideri”, le “inclinazioni”, le “angosce”, le modalità “preferite” delle “interazioni sociali” dei frequentatori di Facebook. Che sono oggi — non si trascuri questo dato — oltre due miliardi di persone (erano 100 milioni nel 2008).

Il problema (di tutti noi) è che, molto probabilmente, Mark Zuckerberg “conosce” davvero tutti questi segreti. Per meglio definire la questione, dovremmo dire che Zuckerberg “sa come si fa” a indirizzare nella direzione da lui (e dai suoi mentori) voluta tutte le segrete pulsioni di questi due miliardi, già catturati nella sua Rete. Lo sa così bene che vuole aiutarli a “trovare contenuti affinché tutti costoro possano avere, tra di loro, relazioni sociali più significative”; affinché “i nostri servizi siano non solo utili per il divertimento, ma soprattutto funzionali al benessere della gente”.

Orwell non avrebbe potuto descrivere meglio le intenzioni dei maestri della manipolazione. Ridurre le notizie che disturbano la quiete degli utilizzatori; trasferire il centro della loro attenzione sulle faccende interpersonali; far dimenticare il malumore, la protesta; ridurre la quantità di pensiero sociale. I dati dei sondaggi dicono che, solo negli Stati Uniti, il 45% dei frequentatori di Facebook cercano “notizie”. Sono appunto queste che verranno gradualmente “ridotte”. La correzione è già in corso, visto che lo stesso Zuckerberg ha precisato che, su queste questioni, l’azienda ha cominciato a modificare i suoi orientamenti già nel 2017.

Alla luce di tutto questo, quale può essere il peso dei presunti robot di fake news della Russia? Più o meno quello di una goccia nel mare. La produzione della società autoritaria ha il suo centro in America.

Giulietto Chiesa

via Sputnik