Il lungo conflitto siriano ha vissuto vicende alterne, violenze efferate, furia islamista e non da ultimo l’intervento di potenze straniere. Tutti questi fattori hanno comportato rapidi sconvolgimenti di fronte, e anche modifiche nell’inerzia della guerra. Uno di questi passaggi cruciali è avvenuto il 30 settembre del 2015. Quel giorno i caccia dell’aviazione russa si sono alzati in volo per la prima volta iniziando a colpire postazioni jihadiste tra le località di Homs e Hama. Fu l’inizio dell’intervento della Russia in Siria.

Poco meno di ventiquattro ore prima la Duma, il parlamento russo, aveva dato il suo assenso all’uso della forza nel quadrante siriano dopo settimane di preparativi. Già all’inizio del mese Mosca e Damasco avevano intensificato i loro rapporti, con l’arrivo nella città siriana di Latakia di uomini e mezzi. Tre giorni prima il New York Times aveva invece confermato che il Cremlino si era accordato con Siria, Iraq e Iran per uno scambio di informazioni di intelligence sulle posizioni dell’Isis.

In quel periodo infatti il Califfato di Abu Bakr al Baghdadi era stato proclamato da poco meno di un anno e si estendeva per una vastissima area tra Siria e Iraq. Allo stesso tempo da due anni le forze governative erano impegnate nella riconquista di diversi territori in mano a forze ribelli nell’Ovest del Paese, anche grazie all’appoggio strategico iraniano e ai consigli del generale Qassem Suleimani, responsabile delle forze Al Quds, il braccio dei guardiani della rivoluzione fuori dall’Iran. In un contesto del genere l’intervento di Mosca si era reso necessario per cercare di porre fine alle decine di conflitti disseminati per la Siria.

Il giorno dopo i primi raid, l’aviazione del Cremlino ha attaccato per la prima volta le postazioni dello Stato islamico, in particolare la “capitale”, Raqqa. L’appoggio di Mosca a Damasco ufficialmente doveva essere concentrato prevalentemente sulle bandiere nere ma i giorni successivi hanno dimostrato che l’obiettivo delle forze armate russe era più ampio e comprendeva l’intero fronte jihadista contro cui si trovava a combattere Damasco. Al punto che poco dopo i primi bombardamenti   41 sigle della galassia ribelle si sono accordate per rispondere in modo coordinato all’offensiva aerea russa.

Nelle settimane e nei mesi successivi il ritmo degli attacchi si è fatto più serrato. L’aviazione russa ha appoggiato e sostenuto tutte le operazioni successive, come la riconquista di Homs, Aleppo e dei quartieri della Ghouta orientale. Il primo stop ai raid è arrivato verso la fine di febbraio del 2016 con una prima tregua nel Paese. Secondo una stima delle forze armate statunitensi la Russia avrebbe condotto circa 60 raid giornalieri, un calcolo realizzato sulla base di un comunicato stampa del ministero della Difesa russo: tra il 10 e 16 febbraio infatti l’aviazione di Mosca avrebbe effettuato 444 uscite colpendo 1.593 obiettivi nelle provincie di Aleppo, Latakia, Hama, Homs, Deir Ezzor e Daraa.

Fino alla prima tregua del 2016, stando ai dati raccolti dall’osservatorio Airwars, i raid russi hanno provocato 679 morti tra i civili. Stabilire le vittime di queste operazioni però è tutt’altro che semplice. La stessa Airwars scrive nero su bianco che tra il 30 settembre 2015 e il 27 febbraio del 2017 gli eventi riconducibili all’aviazione russa sarebbero circa 2.980 e che in queste occasioni sarebbero morte tra le 11mila e 15mila persone. Ma nel report si legge anche che tra media locali, social e associazioni umanitarie le morti rilevate sarebbero poco più di 5mila. Basti pensare che lo stesso Osservatorio siriano per i diritti umani, contestata organizzazione con sede a Londra, ha stimato che le vittime dei raid russi erano circa 6.600 e non 15mila.

L’11 dicembre del 2017, dopo il crollo del Califfato e la riconquista di vaste aree della Siria da parte del governo di Damasco, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato l’intenzione di ritirare la Russia dal Paese dichiarando la fine del coinvolgimento russo. In realtà, stando ai dati raccolti dall’Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled), l’aviazione di Mosca ha condotto altre 178 operazioni tra l’11 dicembre e l’inizio di giugno, provocando la morte di  circa 400 persone.

Quello che è certo è che, pur considerando la missione principale come conclusa, la Russia continuerà a sostenere Damasco. Nel suo discorso di dicembre, Putin ha confermato che nella campana contro i jihadisti hanno preso parte 48mila miliari russi, un numero concentrato soprattutto sul comparto dell’aviazione. Il presidente ha sempre escluso, però, l’utilizzo di forze di terra. In realtà fonti diverse hanno confermato che personale russo è ancora sul suolo siriano. In particolare i dati sugli elettori all’estero durante le presidenziali di marzo hanno mostrato che 2.954 soldati si trovano fisicamente ancora in Siria. Non solo. Lo scambio di raid e accuse nei settori orientali, in particolare lungo l’Eufrate nella provincia di Deir Ezzor, tra americani e mercenari russi ha aperto la questione delle forze di Mosca non direttamente dipendenti da ministero della Difesa. Si stima che i mercenari del “Gruppo Wagner”, colpiti da un raid americano all’inizio dell’anno, dovrebbero essere circa 2.500. Un segno che il coinvolgimento di Mosca nel Paese sta cambiando pelle, anche per le mutate esigenze dettate da un nuovo scenario post Califfato.

L’articolo Come la Russia ha combattuto
i jihadisti nella guerra in Siria
 proviene da Gli occhi della guerra.