La notizia è passata sottotraccia sui media, ma rappresenta un passaggio fondamentale per l’economia mondiale. Il presidente Vladimir Putin nella giornata di domenica 31 dicembre ha siglato una legge che attribuisce ai vascelli battenti bandiera russa il diritto esclusivo di trasportare idrocarburi nell’Oceano Artico lungo la Northern Sea Route, ovvero lungo la rotta che va dal Mar di Kara sino allo stretto di Bering.

Con l’inizio del nuovo anno, quindi, solo le navi russe potranno trasportare gas naturale, petrolio e suoi derivati, lungo quella rotta anche chiamata “Passaggio a nordest”. Il documento approvato, introdotto nel Codice Mercantile Russo, prevede anche che l’attività di pilotaggio, navigazione rompighiaccio, sanitaria, l’attività di controllo e preservazione dell’ambiente marino nelle acque territoriali o interne della Russia, il trasporto di petrolio, gas naturale, condensati e carbone prodotti nel territorio della Federazione Russa o di sua giurisdizione (EEZ – Exclusive Economice Zone) oltre che lo stoccaggio di petrolio, prodotti petroliferi, gas naturale (anche liquefatto), condensati e carbone avvenga esclusivamente su vascelli battenti bandiera russa. Il provvedimento comprende anche le attività di traino, ricerca e soccorso e studi oceanografici.

Sostanzialmente si tratta di una “nazionalizzazione” della Northern Sea Route che da ora in avanti, per quanto riguarda il traffico di idrocarburi, potrà essere percorsa solamente da navi annoverate nel registro navale russo. Una mossa non del tutto a sorpresa a ben vedere, data la nuova politica di espansione (e protezionista) verso l’Artico condotta negli ultimi anni da Mosca, che ha rilanciato anche con notevole impulso la militarizzazione dei suoi confini settentrionali, lasciati troppi anni allo sbando dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. L’Artico, nella sua totalità, rappresenta infatti una sorta di “ultima frontiera” delle risorse convenzionali di idrocarburi con circa 412 miliardi di barili equivalenti tra gas e petrolio secondo una stima dell’USGS (il prestigioso servizio geologico americano). Una buona fetta dei quali si trova proprio in quella porzione di globo che comprende la Siberia ed il suo offshore, che ricade nella EEZ della Russia. La maggior parte di queste risorse si trovano in mare e fanno particolarmente gola in quanto risiedono in un tratto di mare con una profondità media di soli 500 metri facente parte della piattaforma continentale siberiana. Tutte queste riserve, insieme, rappresentano circa il 30% del gas naturale ed il 13% del petrolio del mondo e non sono ancora state sfruttate appieno; in particolare la Russia detiene la maggior parte delle riserve di gas naturale accertate dell’intero Artico.

I cambiamenti climatici in atto hanno, da un decennio, dato il via ad una nuova “corsa all’oro nero” avendo liberato dai ghiacci porzioni di mare un tempo perennemente ricoperte dalla banchisa polare. Gli stessi Stati Uniti, dopo un primo momento – sotto l’amministrazione Obama – in cui avevano rinunciato allo sfruttamento dell’Artico di loro competenza, hanno fatto dietrofront e da un paio di anni hanno aperto la strada alle compagnie petrolifere. Ovviamente quando ci si inoltra in un territorio inesplorato – e quindi non regolamentato in modo univoco – si dà il via a dispute territoriali, ed anche in questo caso non mancano. La Russia, infatti, rivendica i diritti di sfruttamento su una vasta porzione di Artico che si estende ben al di là delle 200 miglia nautiche che sono il limite della EEZ facendo valere il principio della “piattaforma continentale” ovvero rivendicando a sè tutto quanto si trova sulla porzione di continente che si inoltra nell’oceano sino alla scarpata continentale. Canada, Norvegia, Usa, Islanda e Danimarca (per via della Groenlandia) hanno parimenti le medesime rivendicazioni territoriali data la grossa fetta di risorse energetiche in ballo.

Per questo la “nazionalizzazione” del Passaggio a Nordest rappresenta il naturale proseguimento della nuova politica russa volta a sfruttare tutto lo sfruttabile nel campo degli idrocarburi, in considerazione del fatto che fondamentalmente l’economia di Mosca è ancora strettamente legata al mercato di questi ultimi diventando pertanto fonte di debolezza per le fluttuazioni dello stesso.

Come reagiranno le altre nazioni, soprattutto quelle che operano nell’Artico, a questa nuova legge non è ancora dato saperlo, ma di certo una mossa di questo tipo non sarà vista di buon occhio: di fatto limita la libertà di navigazione e commercio. Intanto però Putin ha “blindato” l’Artico russo ed ora si attende che le compagnie petrolifere, appena il prezzo del petrolio tornerà a salire, tornino ad effettuare attività di E&P in quella parte del globo che rappresenta una sfida per le estreme condizioni climatiche.

L’articolo Così Mosca ha blindato l’Artico:
passeranno solamente navi russe
 proviene da Gli occhi della guerra.