Alastair Crooke, SCF 31.12.2017

Cos’hanno in comune le tensioni tra Stati Uniti e Corea democratica, Iran e Russia? Risposta: sono componenti di una guerra finanziaria. Russia e Iran (insieme alla Cina) sono i tre attori chiave che danno forma a una zona di valuta alternativa enorme (quasi metà della popolazione mondiale). La questione nordcoreana è importante perché potenzialmente potrebbe precipitare gli Stati Uniti, a seconda degli eventi, verso una politica più aggressiva nei confronti della Cina (sia per rabbia per le esitazioni cinesi sulla Corea, sia come parte integrante del desiderio dell’Amministrazione USA di tagliare le ali commerciali della Cina). Gli Stati Uniti hanno intrapreso un piano per ripristinare il primato economico con la soppressione dei principali concorrenti commerciali (attraverso un quasi protezionismo) e nel contesto militare per garantirsi il dominio politico continuo. La strategia della sicurezza nazionale “America First” ha chiarito che Cina e Russia sono avversari ‘revisionisti’, e gli Stati Uniti devono e intendono vincere questa competizione. Il sottotesto è che i potenziali rivali principali devono essere messi al loro “posto” nell’ordine globale. Questa parte è chiara ed abbastanza esplicita, ma ciò che rimane non detto è che gli USA puntano tutto sullo status globale del dollaro riserva di valuta, poiché senza di essa gli obiettivi del presidente Trump difficilmente saranno raggiunti. Lo status del dollaro è cruciale, proprio a causa di ciò che è accaduto dopo la grande crisi finanziaria: l’esplosione di ulteriori debiti. Ma qui c’è un paradosso: come mai un candidato alla presidenza che ha promesso meno belligeranza militare, meno interventi esteri e alcuna imposizione dell’identità culturale occidentale, nel giro di un anno è diventato un presidente, falco su Corea e Iran. Cosa è cambiato nel suo modo di pensare? Il corso perseguito da entrambi gli Stati era ben noto e non prestava alcuna sorpresa (anche se i progressi della Corea democratica potrebbero essersi dimostrati quantitativamente più rapidi di quanto forse l’US Intelligence si aspettava: cioè anziché il 2020-2021, la Corea democratica potrebbe raggiungere l’obiettivo sulle armi nel 2018 , due anni prima delle stime)? Ma in sostanza il desiderio della Corea di essere accettato come potenza nucleare non è una novità. Sono “il debito federale” e il “tetto del debito” in sospeso ad essere cruciale. Non c’è dubbio che l’esercito statunitense non è quello di un tempo, e il Partito Repubblicano ha un’ala fondamentalista sulla limitazione del debito (Freedom Caucus). Una grave crisi militare è probabilmente l’unico modo con cui Trump potrebbe ottenere l’enorme aumento delle spese militari sui falchi fiscali del Congresso. Il presidente Trump, ci dice la saga della Tax Bill, sarà un grande elargitore col MAGA (Make America Great Again). L’aumento della spesa per la Difesa proposta dagli Stati Uniti, da solo equivale più o meno alla spesa annua della Difesa russa. Il debito federale degli Stati Uniti supera già i 20 trilioni di dollari e accelera: il fabbisogno dei prestiti è in aumento e gli interessi passivi al servizio di tale prestito aggiuntivo, normalmente dovrebbero aumentare. Ma Trump è anche esplicitamente un tizio dedito al basso tasso di interesse e al bilancio in espansione. Quindi, come si fa a finanziare un deficit di bilancio veramente maldestro, mantenendo bassi i tassi d’interesse o pari zero? Ebbene, una corsa da paur degli stranieri verso i titoli del Tesoro USA “privi di rischi” (vale a dire ancora una volta la crisi militare) serve storicamente a mantenere bassi i tassi, e i dollari abbondanti, mentre i “dollari stranieri” tornano a “casa”, a Wall Street. Questa potrebbe essere una soluzione, naturalmente, ma sarebbe interamente subordinata al mantenimento dello status attuale del dollaro e al grande ammontare di dollari detenuti all’estero allo scopo principale di dover effettuare transazioni in dollari. E perché al posto della distensione con la Russia, abbiamo Herman Gref, l’amministratore delegato della più grande banca commerciale russa, che dice al Financial Times che ogni ulteriore inasprimento delle sanzioni alla Russia, compresa la potenziale esclusione di banche e società russe dal sistema di pagamento SWIFT (la rete globale dei servizi di messaggistica finanziaria sicura) avrebbe tale effetto devastante che “renderebbe la Guerra fredda un gioco da ragazzi“? (Il Tesoro degli Stati Uniti dovrebbe presentare la relazione su ulteriori sanzioni al Congresso già a febbraio 2018, riferisce il Financial Times). Qual è il punto? Perché Stati Uniti ed Europa dovrebbero accedere in tale particolare tana del coniglio: sarebbe particolarmente dannoso per l’Europa? Bene, la risposta, probabilmente è simile: l’imperativo nel mantenere lo status globale del dollaro per il programma che reclama la preminenza degli USA che, dato l’eccesso di debito aggiuntivo dal 2008, dev’essere contingente allo status globale del dollaro. E dal punto di vista degli Stati Uniti, il Presidente Putin si è dichiarato primo avversario del dollaro quando, al vertice dei BRICS nel settembre 2017, insisteva sulle “preoccupazioni dei Paesi BRIC per l’ingiustizia dell’architettura finanziaria ed economica globale che non tiene nel debito conto il crescente peso delle economie emergenti”. Putin inoltre sottolineava la necessità di “superare l’eccessivo dominio di un numero limitato di valute di riserva“. La Russia ha conseguentemente ottenuto la collera statunitense per questa posizione. Sadam Husayn e Muammar Gheddafi misero in dubbio l’egemonia del dollaro, e si guardo cosa gli è successo.
La guerra finanziaria, ovviamente, non è una novità. Gli Stati Uniti iniziarono a inscenare la guerra finanziaria negli annuali “Giochi di guerra” già nel 2005. Il generale Hayden, ex-direttore della NSA e successivamente della CIA, descrisse la guerra finanziaria come principale mezzo bellico del ventunesimo secolo, e le sanzioni come le sue Precision Guided Munitions (PGM). Ma, a quanto pare, ciò potrebbe portare problemi non solo per il presidente Trump, che ha bisogno di un tetto più elevato del debito, e per la disponibilità del debito a basso costo per finanziare la rinascita dell’economia statunitense; ma piuttosto che i nuovi semi piantati negli anni per la rivoluzione monetaria, potrebbero improvvisamente spezzare il terreno di copertura da nuovi germogli emergenti e pronti a fiorire, a tempo debito. Tradizionalmente, la trasformazione del sistema monetario globale fu convenzionalmente concepita non come improvvisa, ma piuttosto come lento mutamento da un sistema a un altro (o altri). Ma questi semi iniziarono ad essere piantate nel 2012 dopo che Washington bloccò la compensazione internazionale per ogni banca iraniana, congelò 100 miliardi di dollari in attività iraniane all’estero e ridusse la possibilità di Teheran di esportare petrolio. La conseguenza fu una forte inflazione in Iran che debilitò la valuta. Poi, nel 2014, l’Arabia Saudita progettò il calo del prezzo del petrolio contro la produzione di petrolio da scisto statunitense e per punire la Russia per il sostegno al Presidente Assad. E per spargere sale nelle ferite, il Tesoro degli Stati Uniti facilitò l’”incursione degli orsi” sul Rublo, arrestata solo dalla Cina, che intervenendo discretamente sul mercato dei cambi, impedì il crollo della valuta. A questo punto era chiaro che Cina, Russia e Iran condividevano l’interesse strategico nell’istituire una zona monetaria con la profondità dei mercati e delle infrastrutture, operando indipendentemente dalla sfera del dollaro. Questi Stati hanno ben chiarito d’essersi impegnati in una strategia a lungo termine per abbandonare il dollaro USA come valuta principale nel commercio globale. La strategia della sicurezza di Trump, se perseguita seriamente, rischia precisamente di sconvolgere l’equilibrio precario di tale guerra finanziaria (finora) in corso lentamente. Il perseguimento di sanzioni finanziarie aggressive nei confronti di uno qualsiasi di questi tre Stati rischia d’innescare prematuramente sostanziali cambiamenti monetari per rappresaglia (e concomitante rischio di caos finanziario). Probabilmente è quest’ultimo risultato a cui Herman Gref alludeva quando disse al Financial Times che bloccare la piazza internazionale alle banche russe che avrebbe avuto un effetto così devastante che avrebbe “reso la Guerra fredda in un gioco da ragazzi“. La chiave qui è la Cina: l’economia cinese è nove volte quella russa. Trump aveva già accusato la Cina di varie infrazioni commerciali e sulla proprietà intellettuale durante la campagna presidenziale, minacciando dazi per rappresaglia. Ciò accadeva prima che il segretario al Tesoro Mnuchin, asettembre, avvertisse la Cina che gli Stati Uniti avrebbero potuto imporle ulteriori sanzioni, interrompendo potenzialmente l’accesso al sistema finanziario statunitense (la “bomba ai neutroni” del Tesoro bloccando il sistema di liquidazione SWIFT), se la Cina non imponesse sanzioni alla Corea democratica, soddisfacendo la domanda degli Stati Uniti. Ora, nella dichiarazione della National Strategy statunitense, la Cina viene ripetutamente indicata come miscredente economico, “potenza revisionista” e “rivale” al primato economico e politico degli USA. L’aggravarsi delle relazioni è chiara.
Come potrebbe reagire la Cina? La visione occidentale è ottimista: la Cina ha più da perdere in qualsiasi guerra finanziaria (a causa delle sue riserve del Tesoro USA), e comunque non c’è nulla che possa sostituire il dollaro con la sua unica profondità di mercato. Ma questa compiacenza è fuori luogo? Ciò che è chiaro è che Cina, Russia e Paesi BRICS hanno pensato e si sono preparati, al meglio, all’escalation della guerra finanziaria decisa da qualsiasi pretesto utilizzato per lanciarla. La Cina, inoltre, sembrerebbe condividere l’opinione di Hayden secondo cui i conflitti di oggi sono in primis geo-finanziari. In breve, secondo i consiglieri strategici cinesi è probabile che il rinnovato desiderio degli USA d’intensificare le tensioni militari, questa volta contro Corea democratica, Siria e forse Iran, sia un fronte della continua guerra finanziaria degli USA e che la Cina debba preparare le riposte. Ne ho già scritto, ma per gli indizi dovremmo, come suggerisce Alasdair Macleod, “guardare dal punto di vista della Cina. Lo stratega più influente dell’Esercito di Liberazione Popolare, il Generale Qiao Liang, espose la sua filosofia strategica globale in un forum del Comitato Centrale del Partito comunista nell’autunno 2015. La sua opinione può essere considerata quella della leadership cinese”. Come dice Qiao: “Gli Stati Uniti hanno evitato l’inflazione elevata lasciando circolare il dollaro a livello globale. Hanno anche bisogno di frenare la stampa di dollari per evitarne la svalutazione. Allora cosa dovrebbero fare quando finiranno i dollari? Gli statunitensi hanno trovato una soluzione: emettere debito per riportare il dollaro negli Stati Uniti. Gli statunitensi hanno iniziato a stampare soldi con una mano e a prendere denaro in prestito con l’altra. La stampa di denaro può creare soldi. Anche prendere prestiti può creare soldi. Questa economia finanziaria (usando il denaro per fare soldi) è molto più facile della vera economia (basata sull’industria). Perché preoccuparsi delle industrie che hanno una capacità di valore aggiunto basso? Dal 15 agosto 1971, gli Stati Uniti hanno gradualmente interrotto la propria economia reale e sono passati al un’economia virtuale, divenendo uno Stato economico “vuoto”. L’attuale prodotto interno lordo degli Stati Uniti (PIL) ha raggiunto i 18 trilioni di dollari, ma solo 5 trilioni provengono dall’economia reale. Con l’emissione del debito, gli Stati Uniti esportano una grande quantità di dollari, verso i tre grandi mercati statunitensi: delle materie prime, dei buoni del tesoro e l’azionario. Gli Stati Uniti ripetono questo ciclo per creare soldi: stampare denaro, esportarlo all’estero e farlo rientrare. Gli Stati Uniti sono quindi diventati un impero finanziario”. Macleod commenta: “La ricchezza degli USA è sostenuta da un’operazione di pompaggio e scarico facilitata dallo status di riserva del dollaro, sostituendo la vera produzione industriale. Va chiarito un punto: i dollari di proprietà straniera non escono mai dagli Stati Uniti, solo la loro funzione. È più corretto affermare che il governo degli Stati Uniti fa sì che i dollari vengano deviati dal commercio estero e dagli investimenti nel settore manifatturiero, per essere investiti in buoni del tesoro”. “Il primo ciclo identificato da Qiao fu l’espansione dei dollari volta a creare un boom in America Latina a metà degli anni settanta. Il secondo ciclo era rivolto al sud-est asiatico, espanso grazie a un dollaro indebolitosi dal 1986 in poi. Dal 1995, il dollaro iniziò a rafforzarsi, culminando nell’incursione degli orsi sul baht thailandese, diffondendosi poi in Malaysia, Indonesia e altri Paesi della regione. Il fenomeno delle tigri asiatiche fu creato e distrutto non dagli stessi Paesi, ma dall’inondazione e dal riflusso di proprietà ed investimenti del dollaro. Qiao osserva che la Cina è sfuggita a questa operazione d’ispirazione statunitense”. “Qiao rivolge l’attenzione al ciclo contemporaneo (nel 2015) della gestione del dollaro, sostenendo che ora è rivolto alla Cina. “Era proprio come la marea; il dollaro USA è stato forte per sei anni. Poi, nel 2002, iniziò a indebolirsi. Seguendo lo stesso schema, è rimasto debole per dieci anni. Nel 2012, gli statunitensi hanno iniziato a prepararsi per renderlo forte. Hanno usato lo stesso approccio: creare una crisi regionale per gli altri popoli. Sfortunatamente, gli Stati Uniti hanno giocato troppo col fuoco [nel proprio mercato dei mutui] prima e si sono lanciati in una crisi finanziaria nel 2008. Ciò ha ritardato un po’ i tempi del rialzo del dollaro USA. Se riconosciamo che esiste un ciclo dell’indice del dollaro USA e che gli statunitensi l’usano per rastrellarlo da altri Paesi, allora si può concludere che era giunto il momento per gli statunitensi di raccoglierlo dalla Cina. Perché? Perché la Cina aveva ottenuto la maggior quantità di investimenti al mondo. Le dimensioni dell’economia cinese non sono più quelle di un singolo Paese; ma persino più grande di tutta l’America Latina e delle stesse dell’economia dell’Asia orientale”. “Qiao va oltre affermando che l’evento più importante del ventesimo secolo non sono state le due guerre mondiali, ma l’abbandono statunitense del gold standard nel 1971. Questa è una dichiarazione“, esclama Macleod.
Lo è davvero… E qui sta il punto cruciale della strategia cinese. Ci vorranno alcuni anni prima che lo Yuan assuma lo status di grande valuta di riserva (avevano programmato un’ascesa ‘armoniosa’ – nel linguaggio non assertivo della Cina), ma la Cina domina il commercio mondiale ed è nella posizione di poter in qualsiasi momento legare petrolio (e materie prime) e all’oro, come previsto in origine. Lo Shanghai International Energy Exchange (INE) ha già eseguito quattro test ambientali di produzione per i future sul petrolio greggio. Quest’ultimo sarà convertibile in oro fisico sui mercati dell’oro di Shanghai e Hong Kong. E la Banca Centrale russa ha aperto un ufficio a Pechino, incaricato specificamente di risolvere gli aspetti tecnici dell’invio di oro dalla Russia alla Cina. Giusto per essere chiari: questi contratti sono disponibili solo per i commercianti non nazionali, e tutti i lingotti d’oro acquistati tramite i contratti future sull’oro yuan verranno acquistati dai mercati internazionali non dalla Cina e dai suoi cittadini. A lungo termine, col petrolio direttamente legato all’oro piuttosto che al dollaro, potremmo assistere alla rivalutazione dell’oro sul dollaro. E nell’ottobre 2015 la Cina inaugurava il suo International Payments System (CIPS). CIPS ha un accordo di cooperazione con la banca internazionale SWIFT con sede in Belgio, sistema di compensazione privato attraverso cui ogni transazione globale deve transitare, ma nel caso in cui la Cina venga esclusa da SWIFT, come Mnuchin accennò a settembre, Cina e Russia potranno agire attraverso il CIPS. Finora, la politica della Cina era evitare l’interruzione della sfera del dollaro, preferendo non rischiare di mutare il commercio globale, cosa che potrebbe facilmente verificarsi se ci fosse una sostanziale perdita di fiducia nel dollaro. Ma potrebbe la belligeranza statunitense nei confronti della Cina, legata in qualche modo alla Corea democratica, essere innescata? In effetti, il Venezuela ha già dato il via rifiutandosi di accettare i pagamenti del petrolio in dollari, dimostrando così al mondo che un sistema alternativo al petrodollaro è effettivamente possibile. Inoltre, Caracas ha iniziato a pubblicare l’indice dei prezzi del petrolio denominato in yuan. Il lancio operativo dell’opzione dei futures sul petrolio denominati in yuan in Cina, a seconda di quanto rapidamente i contratti possono essere aggiustati, ha la prospettiva di spostare il sistema petrolifero, specialmente se l’Arabia Saudita si impegna a vendere greggio alla Cina in Yuan (forse nell’ambito della partecipazione della Cina nell’offerta di acquisto di Aramco). La Cina ha altre opzioni se gli Stati Uniti diventassero più aggressivi e tentassero negativamente di cambiare le ragioni di scambio con la Cina. Potrebbe semplicemente passare al trading di beni esclusivamente in Yuan, eliminando così completamente il dollaro come mezzo per le transazioni. Cina e Russia sarebbero quasi sicuramente raggiunte dai principali partner commerciali BRICS, nonché dai Partner eurasiatici dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), con una popolazione di oltre 3 miliardi di persone, il 42% della popolazione mondiale. Ma poiché la Cina possiede ancora grandi quantità di titoli del Tesoro e riserve in dollari USA, per il momento potrebbe preferire aspettare prima di eseguire tale colpo di grazia. Ma se spinta rudemente dalla squadra di Trump, attuarla: da qui l’avvertimento di Gref.
Quindi la domanda più grave, se Trump persegue la strategia del “contenimento economico della Cina”, e Cina ed alleati rispondono, ciò avrà l’effetto sui buoni del Tesoro USA “privi di rischio” seguendo un importante segmento dell’economia globale nel proprio corso? E come potrà il governo statunitense finanziare il debito al livello attuale e crescente? Questioni su cui meditare, forse.Traduzione di Alessandro Lattanzio