Il bombardamento israeliano su Latakia e l’abbattimento dell’aereo russo nei cieli del Mediterraneo orientale hanno modificato in maniera sensibile il quadro della guerra in Siria. E dopo un momento in cui sembrava che Vladimir Putin avesse perso il polso della situazione, il Cremlino sembra aver saputo sfruttare a suo vantaggio gli sviluppi del conflitto siriano.

La scelta di consegnare gli S-300 alla Siria costruendo un ombrello protettivo su tutto il Paese e sulle acque davanti alle sue coste è solo una delle mosse attuate dalla Russia. Messa insieme al dispiegamento di tecnologie per la guerra elettronica, quella realizzata da Putin non è stata soltanto la costruzione di uno scudo anti-missile, ma anche l’attuazione di un cambio di strategia che ha fatto sì che Israele non potesse più operare in territorio siriano.

E lo dimostra la realtà dei fatti: l’Iran non è scomparso la Siria, né lo ha fatto Hezbollah. Eppure, dopo quel raid e le decisioni prese da Mosca, le incursioni israeliane si sono fermati. E questo nonostante le parole di fuoco di Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman sul fatto che l’aviazione di Israele avrebbe continuato ugualmente a bombardare.

Così non è stato. E se non è avvenuto alcun raid anche per motivi politici – visto che le conseguenze nei rapporti con Mosca sarebbero state pessime -, sicuramente ha influito anche il fatto che i nuovi sistemi ceduti a Damasco rappresentano ancora un avversario sconosciuto.

Ma la questione degli S-300, S-400 o dei sistemi di electronic warfare è solo una parte della strategia russa. Con le ultime mosse realizzate in Siria, quello che è sotto gli occhi di tutti è che Putin ha assunto di nuovo il pieno controllo sul conflitto come o ha avuto durante le fasi più calde della guerra allo Stato islamico e alle fazioni ribelli. E il problema è non solo militare, ma anche politico. E non riguarda solo Israele, ma tutti gli attori in campo. Perché ora è di nuovo la Russia a condurre il gioco e ad avere la leadership militare della Siria.

Innanzitutto per un motivo tecnico. La cessione di questi nuovi sistemi al governo di Damasco implica un comando congiunto russo-siriano che, di fatto, assegna a Mosca le chiavi della difesa aerea e satellitare della Siria. Come spiega Haaretz, i russi impiegheranno mesi per addestrare i siriani a gestire gli S-300 autonomamente.

Ma anche una volta addestrati, non è chiaro quale sarà la politica di comando e controllo che verrà stabilita tra Damasco e Mosca. E sembra improbabile che i russi cedano completamente la responsabilità della difesa siriana all’esercito di Bashar al Assad. Soprattutto se quei sistemi rappresentano il fiore all’occhiello della difesa anti-missile russa. È difficile credere che a Mosca siano intenzionati a non avere più alcun ruolo e a rischiare errori fatali da parte delle forze siriane.

Ma c’è un secondo risultato ottenuto da quell’attacco su Latakia. Con la perdita dei 15 soldati a bordo dell’Ilyushin, il Cremlino ha deciso che la guerra non poteva più rimanere ferma nel pantano creato in questi mesi dallo scontro fra Iran e Israele. Putin vuole chiudere il cerchio prima che sia troppo tardi. E l’abbattimento dell’aereo è stato il campanello d’allarme definitivo. Serviva una sferzata: ed è quello che è avvenuto.

Perché la Russia non solo ha fermato l’aviazione israeliana, ma ha anche fatto capire di non essere più disposta a rischiare i propri uomini e la propria strategia per una guerra, quella fra Repubblica islamica e Stato ebraico, a cui Mosca non vuole partecipare e in cui non vuole immischiarsi. E il messaggio è stato rivolto a tutti: Israele, Iran e a tutte le forze a loro collegate.

E adesso, con il controllo dei cieli siriani e con la possibilità di bloccare tutti gli attori coinvolti nella guerra, Putin ha anche gli strumenti per fare pressioni sulle parti del conflitto evitando, contemporaneamente, che vi siano ulteriori scontri. Quantomeno nei territori controllati dall’esercito siriano. E proprio partendo da queste premesse, il Cremlino ha avviato di nuovo i canali diplomatici per mediare fra Iran e Israele.

Secondo quanto riferito da Asharq Al Awsat, quotidiano saudita con base a Londra, la Russia sta tentando di negoziare fra questi due Stati “al fine di ridurre le tensioni e prevenire gli attriti”. Secondo una fonte russa “informata”, l’idea di Putin è quella di fare da mediatore fra ENetanyahu e Hassan Rouhani per fare in modo che la Siria non sia più un problema tra i loro governi. Il Paese è troppo importante per il Cremlino per perderlo a causa delle contese mediorientali. E quella guerra latente fra Iran e Israele non deve incidere sulla strategia russa.

L’articolo Ecco come Vladimir Putin
ha ripreso il controllo della Siria
 proviene da Gli occhi della guerra.