Il governo degli Stati Uniti ha dei dubbi sull’origine del presunto attacco chimico che ha colpito la città di DoumaSecondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, l’amministrazione americana ha riconosciuto che la valutazione iniziale di quanto avvenuto nella località siriana non ha ancora determinato se il presunto attacco chimico sia stato effettuato dall’esercito siriano o da altri gruppi armati.

Dopo una valutazione preliminare, si legge nell’agenzia, Washington ritiene di aver provato l’uso di un agente nervino a Douma, nella Ghouta orientale, tuttavia non è stato possibile comprendere effettivamente se l’attacco sia stato opera dell’esercito siriano o di gruppi terroristici.

Un’assenza di prove che fa riflettere. Non tanto perché non siano in grado di procurarsele, ma perché l’ammissione da parte dell’amministrazione usa conferma che esiste effettivamente un dubbio. Un dubbio che non è secondario, dal momento che dalla sua esistenza dipende la possibilità che il Pentagono intervenga in Siria con un attacco. Anche se ad oggi è ancora un mistero su come questa reazione possa avvenire e soprattutto se e quando.

Le prove per ora latitano. Come spiegato su Piccole Note, le stesse agenzie che riportano le notizie dal fronte ribelle – quindi non propriamente agenzie imparziali, per usare un eufemismo – non parlano specificamente di attacchi con il gas. Non si conferma neanche il numero di morti di cui si è parlato nelle prime notizie arrivate da Douma. Insomma, c’è qualcosa che lascia perplessi.

E del resto, non sarebbe la prima volta. Basti pensare a quanto avvenuto un anno fa subito dopo il presunto attacco chimico ad opera dell’esercito siriano contro Khan Shaykhun. In quell’occasione, Donald Trump rispose con un lancio di 59 missili Thomawak per colpire la base siriana ritenuta l’avamposto da cui partito l’attacco chimico contro la roccaforte ribelle.

Circa un anno dopo, pur passate in sordina, arrivarono le dichiarazioni pesantissime del segretario alla Difesa James Mattis, il quale affermò che gli Stati Uniti non avessero “prove” dell’utilizzo da parte delle forze governative di gas Sarin. Quindi l’unico motivo per cui gli Stati Uniti lanciarono i missili da crociera contro la base aerea di Shayarat, in realtà mancava del fondamentale “particolare” per ritenere colpevole Bashar al Assad di quell’attacco.

Ma c’è di più. In quel caso, Mattis non offrì neanche un arco temporale che definisse queste affermazioni. Per intenderci, Mattis non disse che non c’erano prove dell’uso di Sarin solo in quel preciso evento. Ma disse che non vi erano prove dell’utilizzo di quel gas da parte dell’esercito siriano. Il che significa che sia l’evento del 2017 a Khan Sheikhoun che la tragedia del 2013 a Ghouta, agli occhi del Dipartimento della Difesa, restano sono casi irrisolti.

Mattis ha poi riconosciuto che “i gruppi di supporto” – ovverosia le Ong che operano nei luoghi in mano ai gruppi armati –  hanno fornito prove e rapporti. Ma nel momento in cui doveva chiarire il ruolo di Assad e delle forze di Damasco, non ha dato alcuna risposta.

Un segnale importante che dimostra come anche al Pentagono siano sorti dei dubbi. Anzi, fa anche riflettere il fatto che, mentre nell’amministrazione americana sussistono dei dubbi – sono segmenti, ma restano comunque segmenti importanti se considerati all’interno del Pentagono – non vi sia stata la medesima attenzione da parte di molti media che hanno riportate senza ombra di dubbio la veridicità delle affermazioni sull’uso di gas da parte dell’esercito siriano.

L’articolo I dubbi del Pentagono
sull’attacco di Douma
 proviene da Gli occhi della guerra.