Il Perù vive il momento di maggior crisi politica dal ritorno alla democrazia. La vicenda Odebrecht, partita dal Brasile ed estesasi a macchia d’olio all’intero continente latinoamericano, ha stravolto l’intero emiciclo parlamentare peruviano.

A finire nel mirino della giustizia sono stati gli ex presidenti Alejandro Toledo, accusato di aver intascato tangenti per venti milioni di dollari e attualmente latitante all’estero, Alan García, che aveva negato qualsiasi incontro con la famiglia brasiliana e smentito recentemente dall’elenco delle visite al palazzo presidenziale, e Ollanta Humala, arrestato con l’ex first lady Nadine Heredia con l’accusa di aver ricevuto tangenti per tre milioni di dollari.

All’elenco degli ultimi tre presidenti della nazione andina (2001-2006 Toledo, 2006-2011 García, 2011-2016 Humala) si è aggiunto l’attuale presidente Pedro Pablo Kuczynski già presidente del Consiglio dei Ministri e titolare del dicastero degli Esteri sotto la presidenza Toledo. Proprio in quegli anni, secondo l’accusa, PPK (come è conosciuto il politico di origini polacche) avrebbe ricevuto una tangente di 782 000 dollari dal colosso delle costruzioni per agevolare l’appalto di un’autostrada. I soldi furono versati all’epoca alla Westfield Capital, società di consulenza finanziaria di cui Kuczynski era socio con un altro fondatore.

Proprio questa rivelazione ha comportato la richiesta di impeachment da parte del Parlamento peruviano verso l’attuale inquilino del palazzo presidenziale di Lima. L’esito, in un primo momento dato per scontato, ha svelato un accordo ai più evidente tra PPK e una fazione di dissidenti del partito di maggioranza Fuerza Popular, espressione del fujimorismo e guidato dalla figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori.

Fin dalla sua elezione al ballottaggio del 5 giugno 2016 Kuczynski ha dovuto convivere con una precaria situazione parlamentare che lo vede nettamente in minoranza. Il suo partito, che richiama nella sigla il suo stesso acronimo, Peruanos Por el Kambio (Peruviani per il Cambiamento, PPK) ottenne solo 18 dei 130 seggi a disposizione finendo dietro Fuerza Popular, in grado di ottenere la maggioranza con 71 seggi, e alla coalizione di sinistra del Fronte Ampio guidata da Verónika Mendoza, che conquistò 20 seggi.

Concordi su politica estera ed economica in quanto sostenitori del neoliberismo e dell’alleanza con gli Stati Uniti, PPK e i fujimoristi si sono accordati ancora una volta sul voto di impeachment. Al voto del 22 dicembre servivano 87 dei 130 disponibili ma il risultato finale è stato di 79 favorevoli, 19 contrari e 21 astenuti chiaro sintomo di un cambiamento di rotta da parte di alcuni deputati. L’arcano è stato svelato due giorni dopo quando PPK ha concesso la grazia ad Alberto Fujimori, presidente dal 1990 al 2000 in seguito ad un autogolpe durante il suo primo mandato.

L’ex presidente, oggi settantanovenne come PPK, si trovava in carcere per scontare la condanna a venticinque anni maturata per crimini contro l’umanità e corruzione. Pur avendo scontato solo dodici anni di pena l’atto è giunto con la motivazione delle critiche condizioni di salute dell’ex leader nippo-peruviano. Ad usufruire del “patto di desistenza” è stato quindi l’uomo più contestato e allo stesso tempo amato dalla popolazione peruviana, in grado di far sfociare la notizia in presidi e manifestazioni di piazza contrapposte tra esponenti del mondo civile e della sinistra e sostenitori di Fujimori che ricordano gli anni della sua presidenza per la gestione della sicurezza interna attuata col pugno di ferro verso i movimenti guerriglieri di Sendero Luminoso, di ispirazione maoista, e del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru, di matrice marxista-leninista.

Ad aver scongiurato la revoca di PPK sembrerebbe essere stato, però, il figlio minore di Fujimori ovvero il trentasettenne Kenji e non la leader del partito Keiko che, dopo aver subito due sconfitte elettorali, pensava di poter prendere una piccola rivincita personale estromettendo Kuczynski dalla carica a lei negata. La diatriba tra fratelli potrebbe sfociare addirittura in una frattura del partito e già molti teorizzano un passaggio di consegne per la candidatura alle prossime elezioni presidenziali.

Chi potrebbe trarre maggior vantaggio dall’attuale situazione politica è il partito di sinistra Nuevo Perù fondato da Verónika Mendoza. Se, infatti, il Perù non rientra tra le nazioni sudamericane che dovranno eleggere la carica presidenziale nel corso dell’anno, sono previste le non meno importanti tornate elettorali regionali e municipali calendarizzate per il mese di ottobre.

Una nuova possibilità per i progressisti in un Paese fortemente deluso dalla presidenza Humala, eletto come seguace di Chávez e Lula ma poi rivelatosi un banale successore delle politiche liberoscambiste tramite l’adesione all’Alleanza del Pacifico prima e al Partenariato Trans-Pacifico (TPP) successivamente.

La grazia a Fujimori potrebbe risultare inutile davanti al nuovo processo che lo vede imputato insieme ad altre ventidue persone per l’assassinio di 6 agricoltori compiuto nella citta’ di Patvilca nel 1992.

(di Luca Lezzi) – Oltre la Linea