Il risultato del referendum in Macedonia non è stata soltanto la sconfitta per chi voleva il cambio di nome. È stata una sconfitta anche (e forse soprattutto) per l’Occidente, che su questo voto popolare aveva puntato tutto. Sia chiaro, l’esito non è vincolante. Ma è evidente che la bocciatura popolare c’è stata. Ed è un problema con cui il governo macedone e i quelli occidentali devono fare i conti: è il segnale che quella parte di mondo non attrae più come un tempo.

Ma c’è anche un altro segnale che scaturisce da questo voto. E non riguarda lo scontro fra Oriente e Occidente, ma in particolare la regione dove si è tenuto il referendum: i Balcani. L’Europa ha per anni, forse decenni, sottovalutato la sua parte sud-orientale. Quasi  certa del destino manifesto degli Stati dell’Est di entrare nell’Europa che conta, Bruxelles ha forse creduto, inconsciamente, che i Balcani rappresentassero un nodo che il tempo avrebbe sciolto da solo.

La realtà dimostra il contrario. I Balcani sono a tutti gli effetti uno dei grandi temi su cui l’Occidente non si è mai fermato a riflettere. E questo nonostante le guerre che hanno insanguinato la regione: conflitti orrendi che avrebbero dovuto far comprendere che quelle ferite non si sarebbero ricucite in poco tempo. Ma che hanno anche dimostrato come vi siano sentimenti nazionalisti e fortemente divergenti rispetto al “mainstream” occidentale che rendono tutta l’area molto difficile non solo da gestire ma anche da capire fino in fondo.

La Macedonia è un caso. Ma è la dimostrazione che l’elettorato balcanico tende a essere di per sé anti-sistema. Lo stesso che ha fatto in Grecia, con il famoso e ormai quasi dimenticato referendum con cui il popolo ellenico aveva bocciato il piano proposto dai creditori internazionali e dalla Troika.

In quell’occasione, Alexis Tsipras e i governi europei pensavano che i greci, forse per timore di ripercussioni ancora più gravi sulla loro economia, avrebbero votato il sostegno al piano. E invece l’elettorato greco votò “no”. E quella scelta, diventata poi il simbolo della lotta all’austerità imposta dall’Europa e dalla finanza, aveva fatto capire a tutti la difficoltà di percepire le reali intenzioni di un popolo.

Ma la difficoltà di capire i Balcani non è un problema di natura secondaria. La loro posizione geografica e il loro essere ponte fisico fra Oriente e Occidente li rendono un crocevia fondamentale. Russia, Stati Uniti, Cina, Unione europea, Nato e altre potenze sono tutte coinvolte nella regione e la vogliano strappare alla potenza avversaria. E capire cosa anima gli elettori della regione significa anche capire la direzione che prenderà a livello geopolitico nel prossimo futuro.

Il problema è che i Balcani hanno un’importanza diversa a seconda della potenza che li vuole assimilare. Ma tutti li vogliono per sé. E ogni elezioni rappresenta uno scontro internazionale basato su problemi nazionali o regionali.

Per la Cina, la regione rappresenta la testa di ponte della Nuova Via della Seta in Europa. È arrivata in Grecia per poi iniziare a risalire da sud a nord fino all’Europa centro-orientale. E le sue infrastrutture e accordi commerciali stanno modificando radicalmente il quadro politico della regione, mettendo a repentaglio la strategia non solo americana ma anche russa ed europea.

Per la Russia, i Balcani rappresentano la via per il Mediterraneo e una regione che, con la caduta del’Unione sovietica, si sono visti strappare da parte dell’Occidente. Oggi solo la Serbia rimane effettivamente legata a Mosca, con alcune difficoltà anche in questo caso. Il voto macedone dà una boccata d’ossigeno al Cremlino. Ma per il resto, la regione si sta sempre di più allineando con Washington, dalla Grecia, alla Croazia, passando per altri Stati che si oppongono storicamente a Mosca.

Gli Stati Uniti (e quindi la Nato) vogliono estendere la propria influenza. E anche per questo motivo hanno sostenuto il referendum macedone. L’ok al cambio di nome avrebbe permesso l’accordo con la Grecia, quindi la fine dell’opposizione di Atene al riconoscimento del Paese e il suo consequenziale placet all’ingresso nell’Ue e alla Nato. Per Washington, i Balcani sono un’area fondamentale che funge da diga fra il Mediterraneo e la Russia. Averli significa togliere a Mosca influenza ma anche margini di manovra. E con l’arrivo della Cina, vuol dire anche monitorare le mosse di Pechino.

Poi c’è l’Unione europea: o meglio, quello che ne rimane. L’Ue con i Balcani ha sbagliato quasi tutto. Ha fatto finta di non capire che le ceneri degli scontri etnici bruciavano ancora e ha pensato che l’avvento di Bruxelles sarebbe stato letto come una sorta di benedizione. Ma la popolazione balcanica non è quella dell’Europa occidentale. E lo dimostrano tutte le volte che vanno al voto.

È per questo che il referendum non va sottovalutato. È l’ennesimo campanello d’allarme che fa capire non solo che i Balcani sono ancora incompresi, ma che rappresentano ancora un punto interrogativo per tutto il nostro continente. Con un’unica certezza: non daranno mai la risposta che tutti si aspettano. Macedonia docet.

L’articolo Il dilemma dei Balcani
La sfida nel cuore dell’Europa
 proviene da Gli occhi della guerra.