Quando Vladimir Putin e Donald J. Trump si incontreranno a Helsinki il 16 luglio la guerra in Siria sarà uno dei dossier principali che tratteranno durante il loro tanto atteso faccia a faccia.

Il governo siriano di Bashar al-Assad ha trovato nell’Iran sciita uno dei suoi migliori alleati, insieme alla Russia, nella battaglia contro le milizie dello Stato Islamico e contro le varie sigle estremiste  nate come funghi dopo la pioggia da quando è esploso il conflitto nel 2011.

Il processo di isolamento ai danni di Teheran guidato da Washington intanto continua e oltre ad aver stracciato il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran e considerato il fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama, dall’amministrazione Trump arrivano regolarmente nuove ondate di sanzioni ai danni del regime iraniano.

Sanzioni che oltre a creare malcontento tra la popolazione locale stanno portando i vertici del governo siriano a una riflessione a lungo termine sui rapporti da intrattenere con questo attore tanto utile quanto “scomodo”.

Perché con un mondo arabo che condivide sempre più punti della sua agenda geopolitica con Stati Uniti e Israele e con un’Unione europea aggrovigliata su se stessa e ancora fortemente dipendente in politica estera dalla linea dettata dalla Casa Bianca, per Damasco legarsi all’Iran significherebbe condividerne gioie e dolori e, considerando la fase storica delle alleanze nella regione, non sarebbe assurdo avanzare l’ipotesi della prevalenza dei secondi in un eventuale asse Damasco-Teheran. Non è quindi da escludere che in Siria stiano pensando di limitare l’influenza iraniana all’interno della regione così da evitare di essere trascinati nel futuro prossimo in una spirale pericolosa insieme all’Iran.

Inoltre Mosca ha mostrato a Damasco che può sostenere il legittimo governo siriano senza l’aiuto di Teheran. L’esercito russo ha dimostrato le sue capacità nel sostenere il governo siriano negli sforzi per bonificare i territori ancora sotto il controllo dei gruppi jihadisti. È quindi la Russia l’alleato numero uno per il governo siriano, anche perché sono i funzionari russi che hanno svolto un ruolo da protagonisti sia durante i negoziati con l’opposizione sia nel forzare le fazioni dei “ribelli” ad accettare le condizioni di resa per la Ghouta orientale.

Per quanto riguarda l’attuale campagna nel sud, Mosca è stata in grado di influenzare Damasco per spingerla ad escludere Hezbollah dalla partecipazione alle operazioni di Daraa e Quneitra. La Russia è diventata la forza principale nei combattimenti e nelle trattative con le fazioni dissidenti. In poche parole la Russia ha dimostrato di riuscire a risolvere i problemi del governo siriano senza l’aiuto delle forze filo-iraniane, senza contare che ufficiali militari russi hanno recentemente potenziato le capacità delle Tiger Forces dell’esercito siriano con l’obiettivo di sostituirle alle milizie di Hezbollah sul campo di battaglia.

Per procedere con il ritiro delle truppe americane il presidente Trump il 16 luglio vorrà avere la certezza che l’influenza iraniana in Siria rimanga circoscritta e che non possa espandersi più di quanto non abbia già fatto da quando è esploso il conflitto siriano nel 2011. Il presidente russo Putin ha dimostrato che il suo paese è in grado di sostenere il regime siriano senza bisogno di ricevere supporto da altri attori regionali e, considerando le preoccupazioni del governo siriano per la condizione economica dell’Iran e l’isolamento di cui è vittima, non è difficile credere che l’incontro di Helsinki possa rappresentare uno spartiacque nei rapporti tra Iran, Russia e Siria.

L’articolo Incontro Trump-Putin:
gli Usa vogliono l’Iran fuori dalla Siria
 proviene da Gli occhi della guerra.