La  Ghouta è una regione storica della Siria, poco distante dalla capitale Damasco. Il suo nome è puramente indicativo, dato che non corrisponde a una regione amministrativa, e comprende i distretti di Douma e Darayya, entrambi appartenenti al governatorato di Rif Dimashq. In arabo, il termine Ghouta può essere inteso sia come “foresta” che come “oasi”. Questa regione è chiamata così proprio perché rappresenta il polmone agricolo e verde di Damasco, distinguendosi dunque dal resto del territorio circostante contraddistinto dalla natura arida di un terreno prossimo al deserto.

Dal 2012 la Ghouta entra prepotentemente nel gergo della guerra civile siriana, in quanto indica la regione attorno Damasco, rimasta per sei anni sotto l’occupazione dell’opposizione e delle sigle islamiste.

 Le prime proteste nella Ghouta ad inizio 2012

Come ogni periferia, anche quella sviluppata nelle città della Ghouta presenta problematicità e difficoltà: povertà, alta densità demografica, servizi meno efficienti e, in generale, una situazione di maggiore povertà rispetto alla capitale fanno sì che, al volgere delle prime proteste in Siria, la Ghouta diventi epicentro di alcune manifestazioni anti governative nell’area di Damasco.

Douma, Irbin, Daraya ed altre città della Ghouta assistono già nel 2011 a prime proteste in cui si chiede al governo del presidente Assad una maggiore attenzione verso questi territori.

Le proteste in Siria, com’è bene ricordare, iniziano sulla scia della cosiddetta “primavera araba” nel marzo 2011. Esse inizialmente riguardano Daraa, così come le città di Homs ed Hama e, solo marginalmente, Damasco ed Aleppo. Ma nella Ghouta, come detto, alcuni gruppi iniziano a creare una situazione di maggior tensione rispetto al centro della capitale. Nel Paese il caos aumenta quando viene creato, nel luglio 2011, l’Esercito siriano libero e quando inoltre inizia ad esserci uno scontro aperto tra esercito regolare e ribelli.

Anche nella Ghouta, a partire dai primi mesi del 2012, si inizia ad avere un contesto caratterizzato dalla guerriglia urbana. Compaiono bandiere dell’Esercito siriano libero e i governativi faticano a mantenere la posizione. La situazione diventa sempre più preoccupante perché, con i disordini nella Ghouta, l’area della capitale inizia a non essere più al sicuro come prima.

Il 21 gennaio del 2012 l’Esercito siriano libero annuncia il controllo della città di Douma, ma i governativi organizzano subito una controffensiva e riescono, il 30 gennaio successivo, a riprendere il più importante centro della Ghouta. Ma questo è solo l’inizio della guerra vera e propria nella Ghouta: dalla primavera fino al mese di novembre 2012, sigle ribelli (molte delle quali islamiste) ed esercito si fronteggiano in duri scontri. Ad ottobre Douma viene presa dall’Esercito dell’islam. Entro la fine dell’anno, tutte le città della Ghouta sono in mano ai ribelli.

L’offensiva dell’Esercito siriano libero contro Damasco

Nell’estate del 2012 la situazione è la seguente: il centro di Damasco è saldamente in mano ai governativi, ma la periferia inizia a traballare e gran parte della Ghouta è fuori controllo. A Douma, come detto, si stanzia l’Esercito dell’islam che però non è la sola sigla islamista nella regione. Ahrar Al Sham, Fronte Al Nusra ed altri gruppi islamisti iniziano a conquistare sempre più spazio nella Ghouta sia contro i governativi che contro lo stesso Esercito siriano libero.

Di fatto, la capitale ad est ed ovest è circondata: Darayya nella Ghouta occidentale e Douma nella Ghouta orientale diventano pericolose teste di ponte per il centro di Damasco. Per questo motivo, l’Esercito siriano libero e l’opposizione tutta, compresa quella islamista, decidono di utilizzare la Ghouta come base per un attacco frontale al governo di Assad.

È da qui che parte la cosiddetta “Operazione vulcano“, con cui i ribelli vogliono arrivare nel palazzo presidenziale. Tra il 18 ed il 20 luglio 2012, sfruttando la copertura delle retrovie data dai possedimenti territoriali conquistati nella Ghouta, Esercito siriano libero ed islamisti sembrano aver la meglio sui governativi. In Siria, come all’estero, si ha l’impressione che il governo di Assad sia oramai prossimo alla fine. L’attacco dell’Operazione vulcano, però, viene respinto dai soldati fedeli ad Assad. Il centro di Damasco viene risparmiato dalla battaglia, ma la capitale inizia a convivere con lo spauracchio islamista della Ghouta.

Da questa regione partono spesso missili ed ordigni rudimentali verso il centro della capitale, che, seppur difesa, rimane comunque in uno stato di costante allerta e pericolo.

La lenta avanzata dell’esercito siriano

Tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, il governo dà priorità al controllo e messa in sicurezza dei principali siti di Damasco: dal palazzo presidenziale al centro storico, dagli edifici governativi all’aeroporto, le truppe fedeli ad Assad riescono ad evitare la capitolazione nelle zone strategiche della capitale. Si tratta del massimo risultato ottenibile, considerando i tanti fronti accesi in Siria sul finire del 2012 e la disponibilità dunque sempre più limitata di uomini e mezzi per l’esercito. Nel febbraio 2013, comunque, la presa da parte islamista del quartiere damasceno di Jobar segna il controllo di parte della tangenziale e l’intrusione nei quartieri orientali della capitale. Si tratta della dimostrazione di come l’iniziativa nella Ghouta è ancora in mano ribelle.

La situazione inizia a capovolgersi a partire dall’aprile 2013. In quel mese, l’esercito siriano inizia una lenta ma costante avanzata a danno delle sigle dell’opposizione. La bandiera della Repubblica Araba Siriana torna ad essere issata in diverse comunità rurali e buona parte della provincia del Rif Dimashq assiste alle prime vere controffensive delle truppe fedeli ad Assad attorno la capitale.

Le operazioni vengono svolte anche con l’ausilio dell’aviazione: sono diversi i raid aerei che coinvolgono Douma e Darayya, oltre che le altre principali città della Ghouta. In questo periodo ha inizio anche un vero e proprio conflitto settario all’interno della regione. Come ritorsione agli attacchi governativi, alcune sigle islamiste sono responsabili di persecuzioni contro le minoranze, cristiani ed alauiti su tutti. Diventano tristemente famose le immagini che ritraggono numerosi civili, soprattutto alauiti, rinchiusi in gabbie di ferro e trascinati su alcuni camion per le vie delle città.

Non vengono risparmiati donne e bambini: in alcuni casi, i civili dentro le gabbie vengono posizionati sui tetti dei palazzi al fine di evitare raid governativi. Di fatto, centinaia di civili vengono utilizzati come veri e propri scudi umani. Si tratta soltanto di una delle tante pagine degli orrori accaduti nella Ghouta durante la guerra.

La formazione delle “sacche” della Ghouta

Sotto un profilo meramente militare, le avanzate dell’esercito permettono il raggiungimento di due obiettivi: da un lato, l’isolamento dei territori della Ghouta occupati dagli islamisti dal resto del Paese, dall’altro la divisione di tali territori in due parti.

La Ghouta viene infatti assediata dall’esercito e le sigle jihadiste al suo interno non hanno possibilità di essere collegate con gli altri territori in mano agli anti governativi. Si creano in tal modo due sacche: quella della Ghouta ovest, formata da Daraya e dalle cittadine limitrofe, e quella ben più grande della Ghouta orientale, corrispondente grossomodo all’intero dipartimento di Douma.

Il ribaltamento repentino della scena avviene grazie alla lenta ma costante avanzata dei governativi. L’esercito ha adesso in mano l’offensiva e sembra poter essere in grado di far capitolare gli islamisti asserragliati nella Ghouta, che però si organizzano e riescono a resistere. I ribelli creano fitte reti di tunnel dove si nascondono mezzi, viveri e munizioni. In alcuni casi, questa fitta ragnatela di gallerie sotterranee arriva anche al di sotto di quartieri controllati dai governativi, creando grattacapi ai soldati fedeli ad Assad.

Anche per questo motivo i fronti urbani della Ghouta si “cristallizzano” e, dalla fine del 2013 in poi, si assiste a pochi rovesciamenti ed avanzamenti sia da un lato che dall’altro. Dove invece si registrano i successi governativi è nelle aree rurali: tra agosto e novembre 2014, l’esercito avanza a nord della sacca della Ghouta est, conquistando tra le altre cose anche la zona industriale di Adra. Nella Ghouta ovest invece, Daraya viene di fatto isolata ed anche in questo caso si registrano avanzate governative.

All’inizio del 2015, gran parte della provincia di Rif Dimasqh è in mano ad Assad: all’appello mancano, per l’appunto, le due sacche della Ghouta. Progressivamente sia la parte orientale che occidentale di questa regione assistono alle avanzate dell’esercito siriano, che riduce sempre di più gli avamposti islamisti alle porte di Damasco.

La prima vera svolta si ha però nell’agosto del 2016: dopo il fallimento di alcuni contrattacchi anti governativi, a seguito di un accordo di trasferimento ad Idlib dei gruppi ribelli, l’esercito siriano entra a Daraya. La sacca della Ghouta ovest è definitivamente estinta e riconquistata: adesso per mettere in sicurezza la capitale le truppe devono concentrarsi sul controllo soltanto della Ghouta Est. Proprio qui, la conquista di Tal Kurdi proprio nell’estate del 2016 rappresenta un ulteriore passo in avanti delle forze governative, le quali iniziano a premere lungo la fascia urbana della sacca e, in particolare, su Douma.

La situazione nella Ghouta durante la guerra

La situazione dei cittadini, durante tutti gli anni del conflitto nella Ghouta, appare molto difficile: viveri, cibo e medicine spesso scarseggiano, l’elettricità è razionata e, dal 2015, il servizio di distribuzione idrica viene sospeso. La popolazione civile rimasta intrappolata nella sacca della Ghouta vive momenti di vera disperazione. A questo, bisogna aggiungere l’insicurezza derivante dal fatto di avere i fronti praticamente all’interno dei nuclei urbani: raid, bombardamenti e trincee nelle strade segnano la quotidianità della popolazione della Ghouta durante la guerra.

Diversi edifici a Douma, così come nelle altre città della regione, diventano inaccessibili e vengono parzialmente distrutti. Molte persone devono riparare in alloggi o luoghi di fortuna. Le scuole vengono spesso utilizzate come rifugi o depositi. In molte città della Ghouta diviene di fatto impossibile proseguire con le attività scolastiche e tanti adolescenti rimangono per anni senza istruzione.

Anche gli spostamenti dei civili da un punto all’altro della sacca della Ghouta sono difficili: strade e vie di comunicazione sono interrotte o parzialmente distrutte, intere zone vengono isolate e sono difficilmente raggiungibili. Centinaia di famiglie vivono di fatto ingabbiate all’interno dei territori occupati dagli islamisti.

Ma la situazione non è serena nemmeno nell’altro lato del fronte: anche il centro di Damasco vive la guerra. La capitale, pur essendo in gran parte salva dalle avanzate dell’opposizione e non direttamente coinvolta nel conflitto come Aleppo, deve convivere con i lanci di missili dalle zone occupate dai ribelli. Si calcola che centinaia di civili sono morti a seguito delle esplosioni di questi ordigni in zone residenziali o comunque densamente popolate.

La situazione umanitaria nell’area di Damasco e nella circostante regione della Ghouta, viene quindi descritta generalmente come difficile e tra le più delicate dell’intera Siria durante la guerra.

I presunti attacchi chimici nella Ghouta

A rendere il quadro ancora più fosco, sono anche i presunti episodi che vedono la popolazione civile colpita da attacchi effettuati con armi chimiche. Già dal 2012 in Siria è operativa una missione dell’Onu incaricata di verificare l’effettivo uso o meno di armi non convenzionali, sia da parte dell’esercito che dei ribelli.

Il caso più eclatante si ha il 21 agosto 2013: il quartiere damasceno di Jobar in quell’occasione sarebbe stato raggiunto da un raid effettuato con delle armi chimiche. Si tratta di un episodio che rischia di cambiare completamente il volto alla guerra: da Washington, infatti, Assad viene subito accusato di questo crimine.

L’azione, che avrebbe ucciso più di cento civili, viene dunque usata dagli Usa come simbolo della presunta crudeltà del governo siriano e l’allora presidente Barack Obama si dichiara pronto ad intervenire. I fatti sono poi andati diversamente: il presidente russo Vladimir Putin, stretto alleato di Assad, mette in guardia circa un eventuale raid anti siriano e, dopo circa due settimane di mediazioni, riesce a scongiurare l’attacco. Si trova un punto di convergenza nella decisione di convincere Damasco a consegnare e distruggere tutto il proprio arsenale chimico.

Sulle responsabilità dell’attacco si nutrono ancora oggi forti dubbi: alcune versioni indicano perfino i ribelli come i veri artefici della carneficina.

Ma quello di Jobar non è l’unico presunto attacco chimico nella Ghouta. Il 7 aprile 2018, infatti, si registra un altro caso.  Sul web cominciano a circolare immagini e foto, che molti usano come prove, di un altro attacco chimico da parte dei governativi. Washington incolpa ancora una volta Assad.

Mappa di Alberto Bellotto

La risposta dei Paesi occidentali arriva poco dopo: nella notte tra il 13 ed il 14 aprile, Usa, Gran Bretagna e Francia bersagliano con missili alcuni siti considerati come laboratori chimici usati dai governativi. Anche in questo caso, non si ha unanime visione sulla versione dei fatti: il governo siriano smentisce, molti occidentali invece danno la colpa ad Assad, così come tra le organizzazioni private e gli analisti emergono spaccature sulla possibilità che a Douma vi sia stato o meno un attacco chimico.

La svolta ad inizio 2018

Nei primi mesi del 2018 le condizioni in Siria risultano decisamente cambiate. Nel dicembre 2016 l’esercito torna interamente in possesso di Aleppo mentre nell’estate 2017 le truppe di Assad riconquistano gran parte del deserto occupato dall’Isis ed hanno avviato la fine definitiva del califfato (Che cos’è l’Isis). In poche parole, l’esercito siriano da adesso in poi dispone di molti più uomini e mezzi avendo meno fronti da controllare e presidiare.

Il governo di Damasco decide quindi di avviare la resa dei conti nella Ghouta. Dal 18 febbraio fino al mese di aprile, la Ghouta si trasforma in un grande campo di battaglia dove alla fine gli islamisti sono costretti a capitolare.

Il 10 aprile, con la partenza degli ultimi pullman che trasportano gli islamisti tra Idlib e Jarabulus (come da accordo mediato da Russia e Turchia), l’intera regione della Ghouta torna interamente in mano all’esercito siriano dopo quasi sei anni. È la fine di due battaglie: quella della Ghouta, per l’appunto, e quella di Damasco.

La Ghouta oggi

Oggi Douma, Harasta, Irbin e le altre principali località della Ghouta sono un cumulo di macerie. I segni dei bombardamenti aerei e delle battaglie sono evidenti: basta fare pochi chilometri di auto dal centro di Damasco per passare dalla frenesia dei mercati del centro storico alla desolazione di interi quartieri abbandonati e ridotti a ruderi.

In alcune zone meno danneggiate alcuni cittadini hanno fatto ritorno, ma l’impressione è che per ritrovare la normalità in queste zone serva parecchio tempo. Il primo cantiere aperto là dove per anni sono state presenti trincee e postazioni ribelli riguarda la tangenziale di Damasco: si tratta della più importante opera sia per la capitale che per la Ghouta, la quale mette in comunicazione il centro con la periferia e con le arterie che conducono nel nord e nel sud della Siria. Nei prossimi mesi dovrebbero partire i lavori per ridare a queste zone un regolare servizio di erogazione idrica e di energia elettrica, elementi basilari per poi pensare alla ricostruzione vera e propria.

Se le pietre si possono rimettere al proprio posto, anche se con il passare di tanti anni, più difficile invece è rimarginare le ferite insite nell’animo di un’intera popolazione: ora che non si spara più e che in tutta l’area di Damasco le armi tacciono, è difficile capire quando e come la Ghouta verrà “reintegrata” nella società damascena e come le minoranze perseguitate in questi anni torneranno alla loro normalità nella regione.

Sono queste le sfide più importanti che attendono un Paese che si appresta ad uscire da una sanguinosa guerra civile: lo spauracchio che il tuo vicino possa essere colui che il giorno prima ti ha attaccato è un qualcosa che forse attanaglierà la Siria per più di una generazione. Anche nella Ghouta dunque, terminata la guerra e ricominciata la ricostruzione, gli sforzi dovranno essere concentrati su un vero e difficile cammino di riconciliazione.

L’articolo La battaglia della Ghouta proviene da Gli occhi della guerra.