Tony Cartalucci, LD, 4 gennaio 2018

Proteste furono segnalate in diverse città in Iran negli ultimi giorni di dicembre 2017. I manifestanti presumibilmente attaccavano l’economia dell’Iran e il suo coinvolgimento in Siria. I media occidentali hanno tentato di coltivare due narrative, una incentrata sul ritrarre le proteste come diffuse, spontanee e focalizzate sulle “lamentele economiche” prima di diventare politiche, un’altra narrativa ammette apertamente il coinvolgimento degli Stati Uniti ed elogia il presidente Trump per “opporsi” al “regime iraniano”. Di certo, alcuna delle due narrazioni è lontanamente realistica.

La decennale intromissione degli Stati Uniti in Iran
Le operazioni di cambio di regime degli Stati Uniti contro l’Iran risalgono a decenni fa e continuano all’interno di una singolare strategia geopolitica, indipendentemente da chi occupi la Casa Bianca, anche con le ultime amministrazioni Bush, Obama e Trump. Mentre gli ambienti guerrafondai degli Stati Uniti affermano che la Rivoluzione iraniana del 1979 fu la prima volta in cui l’Iran sparse sangue, la rivoluzione in realtà fu la risposta diretta a decenni d’ingerenza negli Stati Uniti risalenti al 1953 con l’Operazione AJAX della CIA. Riguardo l’Operazione AJAX, in una voce sul sito della CIA intitolata “Tutti gli uomini dello Shah: colpo di Stato degli USA e radici del terrorismo in Medio Oriente“, ammette: “L‘obiettivo non era un oppressivo burattino sovietico, ma un governo democraticamente eletto la cui ideologia populista e il fervore nazionalista minacciavano gli interessi economici e geopolitici occidentali. Il TPAJAX, l’intervento segreto della CIA, preservò il potere dello Shah e il controllo occidentale dell’infrastruttura petrolifera estremamente redditizia. Trasformò anche una turbolenta monarchia costituzionale in una assolutista inducendo conseguenze non intenzionali almeno fino alla rivoluzione islamica del 1979, e Kinzer argomenta nella sua storia popolare, ben scritta e studiata, forse fino ad oggi”. L’articolo, una recensione dello staff storico della CIA di un libro riguardante l’Operazione AJAX, ammette che la politica degli Stati Uniti sull’Iran si limitò a riprendere dall’impero inglese lo sforzo per riaffermare il controllo occidentale sul globo. In alcun modo gli sforzi degli Stati Uniti per indebolire e controllare il governo iraniano vengono descritti come protezione della sicurezza nazionale degli Stati Uniti o promozione della democrazia, e in realtà sono definiti invece minacce all’autodeterminazione iraniana. È tale ammissione che rivela la verità alla base delle tensioni odierne tra Iran e Stati Uniti. L’occidente cerca ancora di riaffermarsi coi suoi interessi economici in Medio Oriente. Le nozioni di “libertà”, “democrazia” e le minacce del “terrorismo”, “olocausto nucleare” e persino il conflitto con Israele, Arabia Saudita e altri Stati del Golfo Persico sono solo facciate dietro cui tale opportunistica agenda neo-imperialista viene perseguita.
La Brookings Institution nel suo “Quale percorso verso la Persia? Opzioni per una nuova strategia statunitense nei confronti dell’Iran“, del 2009, dedica un capitolo su come pianificare il rovesciamento del governo iraniano. Intitolato “La rivoluzione di velluto: supportare una rivolta popolare“, che articola: “Poiché il regime iraniano è ampiamente avversato da molti iraniani, il metodo più ovvio e accettabile per porne fine sarà promuovere una rivoluzione popolare sulla falsariga delle “rivoluzioni di velluto” che rovesciarono molti governi comunisti nell’Europa orientale dal 1989. Per molti sostenitori del cambio di regime, è evidente che gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare il popolo iraniano a prendere il potere nel proprio nome e che questo sarebbe il metodo più legittimo per cambiare il regime. Dopo tutto, quale iraniano o straniero obietterebbe nell’aiutare il popolo iraniano a soddisfare i propri desideri?” Il documento ammette quindi: “Il vero obiettivo di tale opzione politica è rovesciare il regime clericale a Teheran e vederlo sostituito, si spera, da uno il cui punto di vista sia compatibile cogli interessi degli Stati Uniti nella regione”. In sostanza, Brookingsammette che la sua “rivoluzione di velluto” adempirà ai desideri di Washington, non del popolo iraniano, perseguiti semplicemente col pretesto di aiutare gli iraniani a soddisfare i propri desideri. Come la stessa CIA ammette nei suoi documenti storici, gli “interessi regionali” degli Stati Uniti sono lo sfruttamento economico e l’arricchimento di Wall Street e Washington, non salvare, rafforzare o arricchire il popolo iraniano. È un’ammissione aperta sui piani degli Stati Uniti per l’Iran, illustratisi in diverse occasioni altrove, dall’Iraq alla Libia, dalla Siria all’Ucraina e allo Yemen: ciò che è promosso come rivoluzione politica progressista sostenuta dall’occidente “democratico” è in realtà distruzione e sottomissione di una nazione, del suo popolo e delle sue risorse a costo della pace e della prosperità globali.

Creare un’opposizione fasulla
Il documento della Brookings dichiara apertamente: “Gli Stati Uniti potrebbero svolgere più ruoli nel facilitare una rivoluzione. Finanziare e aiutare ad organizzare i rivali interni del regime, gli Stati Uniti potrebbero creare una leadership alternativa per prendere il potere. Come sostiene Raymond Tanter del Comitato di politica iraniana, studenti e altri gruppi “hanno bisogno di un sostegno occulto per le loro dimostrazioni. Hanno bisogno di un fax, di accedere ad Internet, fondi per replicare materiali e impedire ai vigilanti di picchiarli”. Oltre a ciò, i media sostenuti dagli Stati Uniti potrebbero evidenziare le carenze del regime e rendere più seri dei critici altrimenti ignoti. Gli Stati Uniti supportano la televisione satellitare in lingua persiana (Voice of America Persian) e la radio (Radio Farda) che trasmettono notizie non filtrate agli iraniani (negli ultimi anni hanno fatto la parte del leone dei finanziamenti aperti statunitensi per promuovere la democrazia in Iran). La pressione economica degli Stati Uniti (e forse anche militare) può screditare il regime, rendendo la popolazione affamata della leadership rivale”. Va notato che le pressioni economiche e militari sono state citate da BBC e altri notiziari occidentali come “rimostranze” della cosiddetta “opposizione” nelle ultime proteste in Iran. Brookings elenca “intellettuali”, “studenti, lavoratori e organizzazioni della società civile” in una sottosezione del capitolo intitolato “Trovare i fantocci giusti“. In una sottosezione intitolata “Intervento militare”, la Brookings ammette: “…se gli Stati Uniti riusciranno mai a scatenare una rivolta contro il regime clericale, Washington potrebbe valutare se fornire un qualche supporto militare per impedire a Teheran di schiacciarla”. Il rapporto continua affermando: “…se gli Stati Uniti perseguiranno tale politica, Washington dovrà considerare tale possibilità. Si aggiungano alcuni requisiti molto importanti alla lista: o la politica deve includere modi per indebolire l’esercito iraniano o la volontà dei leader del regime di appellarsi all’esercito, o altrimenti gli Stati Uniti dovranno essere pronti ad intervenire per sconfiggerlo”. Armate di tale consapevolezza, le proteste iraniane si trasformano in violenze grazie a misteriosi uomini armati e a gruppi armati nebulosi che improvvisamente appaiono, e possono essere visti col prisma più realistico delle bande armate pre-posizionate dagli Stati Uniti per espandere i disordini ed ostacolare le operazioni di sicurezza volte a pacificare le rivolte organizzate dagli Stati Uniti.

Secondo passo: insurrezione armata
Considerando la consapevolezza della Brookings che qualsiasi rivolta gli Stati Uniti suscitassero in Iran verrebbe semplicemente spazzata via, seguiva un capitolo di “Rivoluzione di velluto” intitolato “Ispirare la rivolta: sostenere i gruppi di opposizione e minoranze iraniane“. Qui, c’è l’ammissione grave di voler apertamente e ampiamente armare e sostenere organizzazioni terroristiche dalle mani sporche di sangue statunitense, un”opzione” spudoratamente considerata dai politici statunitensi nel 2009, per divenire un fatto nel 2011 con la “primavera araba” e le successive guerre alimentate dagli Stati Uniti in Libia e Siria combattute tramite al-Qaida e la miriade di filiali che vi s’ispirano. La Brookingsammette sfacciatamente: “Per quanto molti statunitensi vorrebbero aiutare il popolo iraniano a ribellarsi e prendere il destino nelle proprie mani, le prove suggeriscono che tale probabilità è bassa e che l’aiuto statunitense potrebbe renderlo meno probabile piuttosto che di più. Di conseguenza, alcuni a favore del cambio di regime in Iran sostengono che sia utopistico sperare in una rivoluzione di velluto; invece sostengono che gli Stati Uniti dovrebbero rivolgersi ai gruppi d’opposizione iraniani già esistenti e che hanno già dimostrato il desiderio di combattere il regime ed appaiono disposti ad accettare l’aiuto degli Stati Uniti”. Tra tali gruppi, la Brookings ammette: “Forse il gruppo d’opposizione più importante (e certamente più controverso) che ha attirato attenzione come potenziale agente statunitense è l’NCRI (Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana), movimento politico istituito dal MEK (Mujahedin-e Khalq)”. Del MEK, la Brookings ammette: “…il MEK rimane nell’elenco del governo degli Stati Uniti delle organizzazioni terroristiche straniere. Negli anni ’70, il gruppo uccise tre ufficiali e tre contraenti civili statunitensi in Iran. Durante la crisi degli ostaggi del 1979-1980, il gruppo elogiò la decisione di prendere ostaggi statunitensi ed Elaine Sciolino riferì che mentre i capi del gruppo condannarono pubblicamente gli attacchi dell’11 settembre, le celebrazioni nel gruppo furono ampie. Innegabilmente, il gruppo compì attacchi terroristici, spesso scusati dagli avvocati del MEK perché contro il governo iraniano. Ad esempio, nel 1981, il gruppo bombardò il quartier generale del Partito della Repubblica Islamica, allora principale organizzazione politica della leadership clericale, uccidendo circa 70 alti funzionari. In seguito, il gruppo rivendicò oltre una dozzina di attacchi con mortai, assassini e assalti a obiettivi civili e militari iraniani tra il 1998 e il 2001. Per lo meno, per collaborare col gruppo (almeno in modo palese) Washington dovrebbe rimuoverlo dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere”. Non è un caso che, mentre la Brookings scrisse il rapporto del 2009, c’erano già sforzi per rimuovere il MEK dall’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, da cui fu rimossa nel 2012, secondo il dipartimento di Stato.

Molti sostenitori del presidente Donald Trump hanno avuto un ruolo diretto nel far uscire l’organizzazione terroristica MEK dall’elenco FTO del dipartimento di Stato USA. Il loro lavoro iniziò con Bush e continuò con Obama. Fu infatti con l’amministrazione di Obama che il MEK fu definitivamente escluso.

Dicendo che il MEK si ritrovò rimosso dall’elenco delle organizzazioni terroristiche perché gli Stati Uniti lo richiesero per una campagna terroristica che pianificavano contro Teheran, per cui l’organizzazione stessa si era riformata senza formalità, modalità e scopi, Brookingse altri politici statunitensi ammettono di voler suscitare ulteriori atrocità, semplicemente in nome del cambio di regime degli Stati Uniti in Iran. Il MEK è affiancato da altre organizzazioni terroristiche che gli Stati Uniti hanno coltivato alle periferie dell’Iran dal 2011, con le loro guerre nella regione, come al-Qaida, milizie curde e cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). La Brookings distingue in una sottosezione intitolata “Trovare canali e rifugi sicuri” che: “Di pari importanza (e dalla potenziale difficoltà) sarà trovare un Paese vicino disposto a fungere da canale per gli aiuti degli Stati Uniti al gruppo ribelle, oltre a fornire rifugio sicuro in cui il gruppo si addestri, pianifichi, organizzi, curi e si rifornisca… senza tale partner, sarà molto difficile per gli Stati Uniti sostenere un’insurrezione. Una cosa che gli Stati Uniti avrebbero a loro favore cercando uno Stato che svolga tale ruolo, è che molti dei vicini dell’Iran non amano e temono la Repubblica islamica”. Dal 2009, gli Stati Uniti si sono assicurati più conali e santuari, motivo principale per cui l’Iran è intervenuto così profondamente in Siria con la guerra scoppiata nel 2011. La Siria occidentale ora ospita basi militari statunitensi e un grosso contingente per procura costituito da milizie curde ed estremisti di al-Qaida/SIIL riqualificati dagli Stati Uniti per schierarli nelle continue guerre per procura in tutta la regione. Se l’Iran non avesse impedito il rovesciamento dello Stato siriano, la nazione sarebbe divenuta trampolino di lancio di al-Qaida, SIIL e miliziani curdi per invadere e decimare l’Iran prima di passare alla Russia meridionale. Va notato che la Brookings, tra le sue conclusioni sulla creazione di un’”insurrezione” contro l’Iran, afferma: “L’appoggio occulto e corretto a un’insurrezione fornirebbe agli Stati Uniti una “plausibile negazione”. Di conseguenza, il contraccolpo diplomatico e politico sarebbe probabilmente inferiore di quello nel caso in cui gli Stati Uniti organizzassero l’azione militare diretta”. Naturalmente, la cospirazione resa pubblica dalla Brookings, accoppiata al chiaro impiego degli Stati Uniti di agenti in Siria, Iraq, Libia, Yemen e ora Iran, denuda tale strategia e mitiga qualunque “plausibile negazione” che Washington sperava di mantenere. Indipendentemente da ciò, l’occidente, con la sua formidabile influenza mediatica, tenterà di mantenere la plausibile negazione sul coinvolgimento degli Stati Uniti nei disordini iraniani fino all’ultimo, non diversamente da come nascose il loro ruolo nell’esecuzione della cosiddetta “primavera araba”, durante l’avvio, nonostante pianificazione ed organizzazione anni prima del caos.

Gli Stati Uniti sperano di spezzare l’Iran, ma si accontenterebbero di ridimensionarlo
Proprio come gli Stati Uniti speravano in un rapido cambio di regime in Siria nel 2011, ma optarono per la distruzione della nazione, la divisione del suo territorio e l’indebolimento dell’Esercito arabo siriano, hanno obiettivi primari e secondari già predisposti per il cambio di regime contro l’Iran. La relazione della Brookings ammette: “...anche se il sostegno degli Stati Uniti a un’insurrezione non riuscisse a rovesciare il regime, potrebbe ancora mettere Teheran sotto pressione considerevole, il che potrebbe impedire al regime di colpire all’estero e persuaderlo a fare concessioni agli Stati Uniti su questioni importanti (come il programma nucleare e il sostegno ad Hamas, Hezbollah e taliban)”. In effetti, Washington potrebbe decidere che tale secondo obiettivo sia motivo più che convincente nel sostenere un’insurrezione rispetto all’obiettivo (assai meno probabile) di rovesciare il regime. In altre parole, il cambio di regime degli Stati Uniti è ammesso apertamente come atto di coercizione geopolitica, non di autodifesa. La strategia della Brookings è più che semplici “suggerimenti”. Si tratta di una tabella di azioni prescritte eseguite in modo chiaro in Siria, Libia e Yemen e che ora si manifestano nel vicino Iran. Nel mondo dell’analisi geopolitica, non è frequente che una confessione firmata e datata possa essere citata quando si descrivono cospirazioni contro un altro Stato-nazione. Nel caso dell’intromissione degli Stati Uniti in Iran, la Brookings fornisce proprio tali prove, in quasi 200 pagine che dettagliano ogni cosa, dall’opposizione inventata alla sponsorizzazione del terrorismo degli Stati Uniti e persino alle provocazioni ideate da Stati Uniti ed Israele per scatenare una grande guerra. Mentre l’occidente sonda l’Iran e le storie sulle “agitazioni” fanno notizia, guardando oltre i diversivi dei media occidentali, le scuse e le menzogne, verso la natura artificiale di tale conflitto, si può decifrare rapidamente la verità, capirne le colpe e rivelare inganni e collaborazioni di un’altra campagna d’aggressione occidentale a migliaia di chilometri dalle coste statunitensi, da combattere col denaro dei contribuenti statunitensi e forse anche col sangue dei soldati statunitensi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio