Quella in Siria non è solo una guerra civile. È anche, e verrebbe da scrivere soprattutto, un conflitto tra potenze rivali (Iran e Israele in testa). Pochi giorni fa, l’International crisis group ha pubblicato un interessante studio intitolato Israele, Hezbollah e Iran: prevenire un’altra guerra in Siria. Perché il rischio di un altro conflitto c’è, come ha dimostrato ieri l’incursione di un drone iraniano nel Golan e l’abbattimento di un F16 di Tel Aviv.

Scrive il report: “Questa fase nel conflitto siriano fa presagire un’escalation con Israele. Mentre il regime di Assad sta prendendo il sopravvento, Hezbollah si espande verso il Sud del Paese e l’ Iran cerca di aumentare le capacità militari dei suoi alleati, così gli israeliani temono sempre di più che la Siria stia diventando una base iraniana”.

È chiaro che la vittoria di  Damasco è anche la vittoria di Teheran (e delle milizie ad essa collegate, come il Partito di Dio libanese). Lo stesso ministro della Difesa Avigdor Lieberman in passato ha detto: “A nord abbiamo un unico fronte composto da Libano, Siria, da Hezbollah, dal regime Bashar al Assad e da tutti coloro che lo aiutano”. Secondo Lieberman, l’esercito libanese “ha perduto la propria indipendenza ed è diventato parte integrante di Hezbollah, da dove partono effettivamente gli ordini”.

L’ipotesi di un fronte siriano per Tel Aviv è stata lanciata lo scorso settembre, proprio pochi giorni prima delle parole di Lieberman, da Eric R. Mandel sul Jerusalem Post, in un articolo intitolato “Perché Israele deve preparare l’America per il prossimo conflitto in Siria”.

Un conflitto che ruota attorno all’Iran e ad Hezbollah. Secondo lo studio, la tregua che regge dalla guerra del 2006 in Libano è ormai in procinto di cadere: “Le regole del gioco che hanno contenuto gli scontri Israele-Hezbollah per oltre un decennio sono ormai erose. Nuove regole possono essere stabilite in Siria attraverso un’intesa reciproca o un ciclo letale di attacchi e rappresaglie in cui tutti perdono. Da qui a una guerra allargata basta un errore di calcolo”.

In questo difficile scenario si inserisce la Russia di Vladimir Putin, che fino ad ora è riuscito a barcamenarsi tra gli interessi israeliani e quelli iraniani. Benjamin Netanyahu , negli ultimi due anni, ha incontrato il presidente russo ben sette volte per parlare soprattutto di ciò che sta accadendo in Siria e per avere assicurazioni sulla presenza iraniana nel Paese. Il premier israeliano sa infatti che l’unico modo per trovare un’alternativa ad un conflitto potenzialmente devastante è quello di passare dalla mediazione di Mosca. Lo stesso vale anche per l’Iran che, dopo l’accordo sul nucleare firmato sotto l’amministrazione Obama e sette anni di guerra contro il terrorismo di matrice sunnita, non può permettersi di perdere un alleato capace di legittimare le esigenze (e le ambizioni) di Teheran a livello internazionale.

Come scrive il report dell’International crisis group, “I russi hanno ancora tempo per evitare un conflitto totale proteggendo così l’ investimento di questi anni per la sopravvivenza del regime e le vite di siriani, israeliani, libanesi”.

La guerra in Siria, seppur intricata, dimostra una cosa: sfruttando le incertezze e gli errori degli Stati Uniti, Putin è diventato un punto di riferimento per il Medio Oriente.

L’articolo Siria, la guerra tra Iran e Israele
che soltanto Putin può fermare
 proviene da Gli occhi della guerra.